05 aprile 2015

5.1 Carl Schmitt: Webgrafia generale. Anno 2015

Anni: 2014 ↔ 2016
Vers. 1.2 del 11.4.2015
Pagina in costruzione 

Carl Schmitt negli anni Venti
La webgrafia schmittiana si affianca ormai sempre più massicciamente alla letteratura tradizionale a mezzo stampa ovvero su supporto cartaceo. Si rendono pertanto necessari appositi criteri di raccolta e classificazione di un materiale assai disparato ed ineguale. Non staremo qui a descrivere il nostro modo di procedere, ma adotteremo di volta in volta le soluzioni che parranno più appropriate, riservandoci la facoltà di ripensamento e di rifacimento dell’intera pagina. Per quanto possibile si cerca di rendere intuitiva la navigazione e accettabile la completezza dei dati raccolti senza sovrapporre più o meno arbitrarie valutazioni degli stessi. Per nostre eventuali riflessioni critiche ci riserviamo distinte e separate pagine. Per non infrangere noi le norme sul copyright gli autori elencati che desiderino una pubblicazione in questo blog per esteso dei loro testi dovranno farne apposita richiesta, concedendo un liberatoria per iscritto, all’indirizzo che verrà loro fornito. Intendiamo offrire strumenti utili per un lavoro comune di studio e riflessione, superando i canoni tradizionali della creatività e della proprietà intellettuale.

Gennaio 2015: 
17. Cruz Manuel: 
Elecciones Catalana
Prohibido eludir a Carl Schmitt
Hay que mostrar de forma clara las propuestas que tienen conexión con el nazismo para advertir de su peligro.
Mas gana el pulso a ERC y convoca elecciones para el 27 de septiembre
Manuel Cruz 17 ENE 2015 - El País
Analitico: Nazismo

24 Elmanifiesto.com. 24 de enero de 2015.
Nº 86. Un diálogo conservador: Schmitt-Strauss. Archivo Adjunto:   (Tamano: 862,6 kb. - È il fascicolo speciale della rivista, che si può scaricare, interamente dedicato a Carl Schmitt. Quel che segue è il sommario del contenuto. Si veda il pdf in questo computer nella cartella annessa a questo file). 

 ¿Teología Política o Filosofía Política? La amistosa conversación entre Carl Schmitt y Leo Strauss, por Eduardo Hernando Nieto
Entre Carl Schmitt y Thomas Hobbes. Un estudio del liberalismo moderno a partir del pensamiento de Leo Strauss, por José Daniel Parra
Schmitt, Strauss y lo político. Sobre un diálogo entre ausentes, por Martín González
La afirmación de lo político. Carl Schmitt, Leo Strauss y la cuestión del fundamento, por Luciano Nosetto
Modernidad y liberalismo. Hobbes entre Schmitt y Strauss, por Andrés Di Leo Razuk
Leo Strauss y los autores modernos, por Matías Sirczuk
Leo Strauss y la redención clásica del mundo moderno, por Sergio Danil Morresi
Sobre el concepto de filosofía política en Leo Strauss, por Carlos Diego Martínez Cinca
Secularización y crítica del liberalismo moderno en Leo Strauss, por Antonio Rivera García
La obra de Leo Strauss y su crítica de la Modernidad, por María Paula Londoño Sánchez
Carl Schmitt: las “malas compañías” de Leo Strauss, por Francisco José Fernández-Cruz Sequera
Carl Schmitt, Leo Strauss y Hans Blumenberg. La legitimidad de la modernidad, por Antonio Lastra
Analitico: Strauss

28.  Ingo Elbe: Ein faschistischer Begriff des Politischen – am Beispiel von Carl Schmitt.
Analitico: Begriff des Politischen / Fascismo

Febbraio 2015:
4.
Murphy Frank X: Detroit After Bankruptcy: From The “Zen of Emergency Management” To The Sinn of Ausnahmezustand. - By Frank X Murphy
04 February, 2015 - Countercurrents.org
Analitico: Eccezione

7.
Mires Fernando: Ed. Impresa POLIS. El enemigo. Por FERNANDO MIRES - 7/02/2015. Los Tiempos. Columnistas. Opinionen.
Analitico: Nemico – Socialismo – Nazismo – Derrida – Taubes – mouffe – Laclau – Lenin – antisemitismo – Hitler -

Marzo 2015:
Aprile 2015:
Giugno 2015:
Luglio 2015:
Agosto 2015:
Settembre 2015:
Ottobre 2015:
Novembre 2015:
Dicembre 2015:

 

16 settembre 2013

Carl-Schmitt-Gesellschat: “Ist der Parlamentarismus noch zu retten? Carl Schmitt und die Krise der Demokratie”.

Cliccare per ingrandire
Si terrà a Plettenberg il 27 settembre 2013 la riproduzione di una una intervista televisiva del 19 giugno 1970, fatta a Carl Schmitt da Rüdiger Altmann e Jens Litten. Dal testo dell’invito: «Carl Schmitt hatte in seinem Plettenberger Wohnhaus Brockhauser Weg 10 die Publizisten Rüdiger Altmann und Jens Litten zu einem Interview empfangen, das am 19. Juni 1970 im 3. Fernsehprogramm des NDR gesendet wurde. Es ist eine der wenigen TV-Aufnahmen zu Lebzeiten Carl Schmitts. Themen des Interviews sind u.a. Legalität und Legitimität, Konservatismus, TV-Demokratie, Aggresivität des Fortschritts». Essendo purtroppo Plettenberg non facilmente raggiungibile dal resto del mondo, è da sperare che si renda disponibile un video You Tube o qualcosa di analogo per poter acquisire conoscenza di questa importante intervista a Carl Schmitt, una delle poche esistenti, forse l’unica, con l’impiego dei nuovi mezzi di comunicazione. Nella stessa data si svolgerà la riunione annuale della Gesellschat.

12 maggio 2009

Webgrafia generale su Carl Schmitt - Pagina in costruzione

2015
Marzo: 3.  José Luis Villacañas: Libros, bombas, sospechosos. – 7. Alexander Camman: Wer hat denn nun die Macht?  - 11. Fernando Laksiri: Nazi Roots of the so-called Indigenous Academic! – 23. Rainer Blasius: Johannes Popitz Einziger aktiver Minister im Widerstand. –

18 aprile 2009

Si è spento Giano Accame.


La prima notizia mi è neppure 24 ore dopo quella della morte di Franco Volpi, sempre dalla stessa fonte, da Carlo Lo Re. Il colpo è stato molto più duro. Mentre con Franco Volpi avevo rari contatti telefonici, sempre cordiali, di Giano avevo una frequentazione trentennale periodicamente rinnovata in occasioni varie, anche andandolo a trovare a casa, dove le ultime volte andai a ritirare collezioni di riviste tedesche, che aveva deciso di regalarmi. Fra queste anche Criticón, dove si trovavavano gli originali di articoli di Piet Tommissen e Günther Krauss, da me tradotti in italiano e resi disponibili in questo blog sia nel testo tedesco che nella mia tradizione italiana. Giano Accame andò a trovare Carl Schmitt nel 1954, quando io avevo quattro anni e non avevo certo sentito mai parlare di Schmitt. Per questo autore Giano ebbe sempre interesse ed attenzione e fu nel suo nome che intorno al 1980 nacque la nostra amicizia. Come già per Volpi, questa non è e non vuole essere un necrologia. Mi sto lasciando andare sull’onda dei ricordi, poco prima di uscire di casa per andare a Santa Maria della Consolazione, la chiesa nei pressi del Campidoglio, dove alle 10.30 inizierà la funzione religiosa.

In questi giorni si è tentato di tracciare un quadro della figura di Giano Accame. Di certo sarà utile uno studio su Giano che dia le date della sua vita, i titoli dei suoi libri, la sua attività di giornalista, il suo impegno politico, e così via. Ma gli amici possono attingere ai ricordi diretti dell’uomo ed alla sua parola viva. Per me Giano era una miniera di informazioni e di giudizi su uomini ed eventi. Anche negli ultimi anni era cresciuto il rispetto verso come il più ragguardevole intellettuale della destra italiana, l’uomo è stato non poco contrastato e mi vengono in mente alcuni episodi, cui non voglio adesso accennare nel momento della morte e e mentre mi accingo ad uscire di casa per rendere l’estremo saluto all’amico scomparso. Dopo la funzione, partirà per il suo ultimo viaggio, in Luano, il suo paese ligure, dove era nato e dove trascorreva l’estate, come io la trascorrevo al mio paese, nell’estrema Calabria. Da qui gli portavo bottiglie di Grappa che lui da intenditore gradiva. Non pensai mai di fargli una visita in Liguria, ma penso che adesso in Liguria ci andrò ogni tanto per soffermarmi in raccoglimento sulla sua tomba, come mi è capitato di recente con Aldo Moro, altra figura per me indimenticabile.

Torno adesso dalla cerimonia funebre e non voglio indugiare a scrivere alcune righe nell’immediatezza del momento. Dopo, con la riflessione, non saranno più le stesse. Un amico che ho incontrato mi ha molto garbatamente ed impercettibilmente fatto notare la mai propensione alla polemica. Si parlava di Fini, un politico che mi deluso, come del resto anche Alemanno. Io, lui ed altri ci siamo ritrovato per dare l’estremo saluto ad una persona che ci era cara, anche se diversamente cara. Finché l’amico Giano era vivo, non avevo mai pensato a lui come ad una persona che si dovesse studiare, come a scuola. Ed invece adesso penso che in qualche modo mi devo riappropriare di tutti aspetti e momenti della complessa personalità di Giano, che non avevo mai curato. Era presente il “primo cittadino”, cioè il Sindaco Gianni Alemanno che ha parlato tracciando un profilo politico e dando una sua valutazione della posizione politica dell’«intellettuale» scomparso, punto di riferimento di tutta la destra italiana. La mia amicizia con Giano si è sempre mantenuta nell’alveo degli interessi schimittiani. Fui io che feci incontrare in un ristorante calabrese Giano con Giacomo Marramao. Entrambi desideravano da tempo fare conoscenza. Nell’ambito della politica della destra Accame è stato sempre qualcosa di controverso, ovvero fonte di dibattito. E sembra che lo sia ancora. Al termine della cerimonia, mentre la bara lasciava la chiesa, per scendere la gradinata, un folto numero di persona lo ha salutato con il saluto fascista al grido di “Camerati!”. Anche questo era Giano, che non ha mai rinnegato la sua adesione, a 17 anni, alla Repubblica Sociale Italiana, che per lui era l’Italia rimasta dopo la disfatta, l’onore da conservare e difendere. Ma questo è un discorso. È il lascito che sento di ricevere da Giano. Adesso che lui non è più fra noi è un pietoso e doveroso onere da parte degli amici ricostruirne tutto il percorso della sua vita, dei suoi scritti, delle sue “posizioni”, dei suoi “concetti”.

16 aprile 2009

Una perdita per la cultura italiana: la morte di Franco Volpi


La notizia mi è giunta ieri, per posta elettronica, da Carlo Lo Re. Non ci volevo credere, speravo si trattasse di un’omonimia e non del Franco Volpi che conoscevo, ma poi andando al leggere l’intero testo del blog di Lo Re e vedendo anche la foto ho dovuto convincermi che si trattava proprio di Franco. Non posso dire di avere avuto con lui una grande frequentazione e questo non è e non vuole essere un necrologio. Avevo conosciuto Franco Volpi in Germania ad una serie di Seminari organizzati dall’Istituto filosofico marottiano. Leggo che era nato nel 1952, due anni più giovane di me, dunque, ma era nel frattempo passato a ordinario di storia della filosofia. Non ho mai avuto nessunissima invidia per la carriera che lui e altri amici nel frattempo hanno fatto, mentre io sono rimasto al palo: ben meritata! Soprattutto, non per questo cambiavano i nostri personali rapporti. Fuori dai seminari tedeschi non ricordo di averlo mai incontrato, lui abitava a Padova ed io a Roma. Non capitava perciò di incontrarsi per strada, per fare una passeggiata insieme, come mi accadeva spesso con Antimo Negri, con il quale lungo il viale Regina Margherita facevamo esercizio di maldicenza su tutta la cultura italiana. Non si risparmiava nessuno e dopo ci sentivamo meglio. Scherzi a parte, ho un caro, carissimo ricordo di Franco Volpi, la cui voce al telefono conservava sempre la stessa freschezza e disponibilità della prima volta che ci conoscemmo. Lui lavorava con Adelphi io con Giuffrè. Si era anche prestato per dare copertura giornalistica al convegno che io avevo organizzato in Roma su Carl Schmitt. Ci sentivamo, in genere, per risolvere pasticci editoriali e da lui apprendevo di cose che non divulgavo e che potevano ben andare in una rubrica una volta esistente su L’Espresso: I segreti degli editori. Non so se esiste ancora questa rubrica, perché non leggo più da parecchi anni L’Espresso. Ma alcuni di questi segreti andrebbero raccontati anche per iscritto e non solo a voce, come faccio con gli amici fidati. Negli ultimi tempi lo avevo cercato con insistenza al numero di telefono che avevo, lo stesso che altri pure avevano. Non rispondeva nessuno ed avevo supposto o che avesse cambiato casa o che il numero non fosse più quello.

Il pasticcio ultimo era la contemporanea uscita, quasi nello stesso giorno, della “Tirannia dei valori” in edizione Adelphi e in edizione Morcelliana con lieve e concorrenziale differenza di prezzo di copertina. Dopo la morte del prof. Kaiser la gestione dei diritti di Schmitt ed il piano di edizioni versa nel più completo caos ed io non so a quale interlocutore potermi rivolgere. Risponde una signora alla quale le mie ultime parole sono state: Ich bin mude. Contavo di risolvere il problema non solo della “Tirannia dei valori”, ma altri in corso se avessi potuto parlare con Franco, come già altre volte. Rimandavo ogni volta all’occasione in cui lo avessi incontrato o qualcuno avesse potuto darmi un nuovo e diverso recapito. Giunge però a tradimento la morte prematura. Non la malattia ci ha tolto Franco Volpi, ma – spero di non sembrare irriverente – “mentre passeggiava in bici”, secondo quanto leggo da Carlo Lo Re. Non ci si riesce mai ad abituare all’idea della morte di una persona cara, dei genitori, di un parente, di un amico. Non essendo noi eterni in una serie di casi ci si deve tuttavia rassegnare, ma in altri non si accetta il fatto ineluttabile della perdita. È il caso di Franco Volpi, di cui non ricordo se una volta vidi appena la moglie. Non conosco nessuno dei suoi familiari a cui far giungere le mie condoglianze. Ripeto: questo non è un necrologio. Esprimo, in questo inizio di giornata, il mio rimpianto per l’amico perso. Più tardi andrò a fare lezione, iniziando dopo Pasqua la parte del corso dedicata quest’anno alla Tirannia dei valori. Inizierò parlando agli studenti di Franco Volpi, ricordandone la figura per come io l’ho conosciuta e soprattutto ricordando la gentilezza dell’uomo, la grande cultura, la disponibilità costante e spontanea, l’amabilità, la signorilità.

27 marzo 2009

Eventi schmittiani nel mondo

Versione 1.3
Status: 5.4.09

Questo post è concepito per raccogliere gli eventi che si svolgono nel mondo e riguardano in misura esclusiva, prevalente o incidentale la figura o l’opera di Carl Schmitt. La loro conoscenza avviene attraverso la rete e la Google alert associata al nome Carl Schmitt. Una valutazione critica dell’evento potrà aversi solo in un secondo momento. Le lingue sono quelle a me accessibili, ma avverto che la mia conoscenza delle stesse non è purtroppo perfetta e preferisco astenermi da commenti ed interventi se non sono sicuro di aver ben compreso le questioni. Al minimo dubbio scelgo l’astensione dal giudizio. In ogni caso, la semplice elencazione degli eventi funge da integrazione della Bibliografia schmittiana che deve ormai tener conto anche dell’editoria sul web. Questo blog è stato inattivo per un certo tempo, ma riprendo adesso con rinnovata lena e con nuove idee di carattere editoriale via via rapportate al progredire delle mie abilità informatiche. L’ordine di successione dei paragrafi non è rigorosamente cronologico, ma piuttosto casuale e dipendente dal tempo in cui prendo cognizione della notizia. Sarebbe un lavoro eccessivo quanto inutile riordinare cronologicamente gli eventi, ma quando il numero dei paragrafi che seguono diverrà consistente studierò forme di catalogazione ed ordinamento.

Sommario: 1. Convegno alla Indiana University: «Old Europe, New Orders: Post-1945 German Thought on War, Peace, and International Law (27-28 marzo 2009). – 2. La guerre irregulière. – 3. Lezione nella Universidad de Murcia su Weber e Schmitt. – 4. Carl Schmitt in Marbach. –

Cronologia degli eventi riportati: 2009: a) 20 febbraio: Lezione nella Universidad de Murcia su Weber e Schmitt. –  b) 27/28 marzo: Convegno alla Indiana University: «Old Europe, New Orders: Post-1945 German Thought on War, Peace, and International Law (27-28 marzo 2009). - c) 12/14 maggio: La guerre irregulière. – ||  2011: 4/5 lugio: Carl Schmitt in Marbach. – 5. Cacciari sulla "teologia politica" all'università teologica di Caserta. -


1. Convegno alla Indiana University: «Old Europe, New Orders: Post-1945 German Thought on War, Peace, and International Law (27-28 marzo 2009). Andando al link si può leggere il programma del convegno. La seconda sessione ha per titolo: Carl Schmitt and the Critique of International Law, con le seguenti relazioni: a) “Revolutionary War and the Absolute Enemy: Redearing Carl Schmitt’s Theory of the Partisan” di Peter Hohendahl (Cornell University, German Studies); b) World Empire and Global Anomie in Carl Schmitt’s International Political Theory” di Andreas Kalyvas (New School University, Political Science). Nelle restanti sessioni le implicazioni con il pensiero di Schmitt sono evidenti anche se il nome non compare nel titolo delle relazioni.

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2. La guerre irrégulière. – Si tratta di un “Colloque” in programma alla “Ecoles de Saint-Cyr Coëtquidan dal 12 al 14 maggio 2009 sul tema della guerra irregolare, dove una relazione è specificatamente dedicata a Schmitt: Carl Schmitt and the Iraqui Insurgency: Competing World Orders, the Friend-Ennemy and the Partisan-World Revolutionary Dichotomy, di Ahmed S. Hashim, della US Naval War College. I temi trattati nelle diverse sessioni sono: La crise de la guerre régulière (martedi 12 maggio 2009; ore 14); Qui est irrégulier? (mercoledi 13 maggio 2009; ore 9), in cui si terrà la citata relazione di Ahmed S. Hashim; Irregularité et populations, tema consistente in due tavole rotonde rispettivamente su Irrégularité et populations sur les théâtres de guerre e su Irrégularité et opinions publiques (mercoledi 13 maggio 2009; ore 14); Le forces irréguliere peuvent-elle gagner? tema trattato in un Atelier 1: Contre-tactiques: les leçons de l’histoire e in un Atelier 2: Contre-tactiques: les théâtres actuels (giovedi 14 maggio 2009). I Relatori sono in buona parte se no tutti dei militari o degli studiosi militari. Troviamo in rete una scheda su Ahmed S. Hashim che riportiamo di seguito:
Prof. Ahmed Hashim: U.S. Naval War College. - Professor Ahmed S. Hashim is a senior member of the Strategic Research Department of the Navel War College. From 1996 to 2000, he was a Research Analyst at the Center for Naval Analyses in Alexandria, Virginia where he worked on U.S. naval operational and asymmetric warfare issues. From 1994 to 1996, he was a Fellow at the Center for Strategic and International Studies in Washington, D.C., where he co-authored two books with his colleague, Anthony Cordesman. From 1993 and 1994, he was a Research Associate at the International Institute for Strategic Studies in London, UK, where he wrote a study on Iranian National Security under the Islamic Republic. Dr. Hashim obtained a B.A. in Politics and International Studies from the University of Warwick, Coventry, England; and his M.A. and a Ph.D. from the Massachusetts Institute of Technology. He authored numerous articles including: "The World According to Usama," published in the Naval War College Review, Naval War College, Winter 2001; and "Civil-Military Relations in the Islamic Republic of Iran," in Joseph Kechichian (ed.), Iran, Iraq and the Arab Gulf States, New York: Palgrave, 2001. He speaks Arabic, Farsi, French and German. (Fonte)
La notizia del “Colloquio” è data con notevole anticipo. Il pensiero di Carl Schmitt difficilmente avrebbe potuto essere ignorato in un simile contesto, anche se in Francia operano tendenze che mettono in dubbio il fondamento scientifico delle analisi schmittiane.

3. Lezione nella Universidad de Murcia su Weber e Schmitt. – Il titolo completo della notizia è: “Un profesor chileno habla mañana en la Universidad de Murcia sobbre Webber y Carl Schmitt”. Il luogo è la città di Murcia e la data il 20 febbraio 2009 scorso. Il professore della Universidad Católica de Valparaiso (Chile) è Luis René Oro, che ha parlato sul tema “El zorro y el le≠on: Max Webber y Carl Schmitt”.

4. Carl Schmitt in Marbach. – Estratto e sintesi:  «Am 4. und 5. Juli fand im Deutschen Literaturarchiv in Marbach eine Tagung über Carl Schmitt statt.  Der Tagungstitel hieß „Carl Schmitt und die Literatur seiner Zeit“. Eingeladen hatten Ulrich Raulff, der (abwesende) Direktor des Literaturarchivs und Gerd Giesler, der Vorsitzende der Carl Schmitt-Gesellschaft e.V. Die Thyssen Stiftung hatte (mit-)gefördert. Begrüßt wurden die etwa sechzig im Kilian-Steiner-Saal des Literaturarchivs (auf der Schiller-Höhe!!) Anwesenden von Marcel Lepper, der Raulff vertrat und versprach, daß es um die Intervention von Carl Schmitt in die Literatur und umgekehrt, das Eindringen der Literatur in Carl Schmitt, gehen werde. Letzteres blieb freilich unerörtert,  weil der einzige hierfür in Betracht kommende Vortrag („Das politisch-literarische Umfeld Carl Schmitts um 1918: Theodor Däubler, Hugo Ball, Franz Blei, Theodor Haecker, Konrad Weiß“) vom besinnlich im Saal sitzenden Stefan Schlak (Berlin) aus unbekannten Gründen nicht gehalten wurde. Ansonsten bleibt von der Begrüßung wesentlich ein Schnellfeuer von „liebe…, liebe …, liebe …“ in Erinnerung.
Die Moderation war für den Nachmittag dem Berliner Florian Meinel zugedacht, in dessen Händen (?)  sie auch am nächsten Vormittag (anstatt in denen des angekündigten, aber entschwundenen Marcel Lepper) noch lag. Bekommen ist ihr das nicht. Von gelungener Vorstellung der Sprecher konnte mangels intensiver Vorbereitung und fehlender Sachkenntnis keine Rede sein, die Performanz der Worterteilung erinnerte an einen matten Auktionator, und der einzige prominente Ausländer (Helge Høibraaten aus Norwegen) wurde am Freitag zur Mittagszeit geradezu misshandelt. Da der Moderator nicht nur nachdrücklich darauf hinwies, daß man jetzt etwas eilig sei, sondern auch für peinliche Minuten vergeblich nach Notizen suchte, aus denen er hätte entnehmen können, wer das denn sei, der jetzt aufs Podium geklettert war, wurde die Vorstellung kurzerhand auf den Vorzustellenden delegiert, der, entsprechend mürrisch, lediglich bekundete, er habe sich mit CS befasst, seinen Vortrag („Sören Kierkegaard und Carl Schmitt – existenziell und literarisch“) abhaspelte und Hals über Kopf verschwand, so daß nicht nur die landesübliche, für Referenten, power point, Mikrofon, Verdunkelung etc. zuständige high heels-Blondine nicht mehr einzugreifen brauchte, sondern auch das Schlusswort umstandslos geopfert werden konnte. Am Donnerstagabend hingegen moderierte Gerd Giesler, der die Sache sehr gut machte. Er hatte den Schriftsteller Martin Mosebach vorzustellen, was schon wegen der überzeugend einsetzbaren rhetorischen Floskel „brauche ich nicht vorzustellen“ mühelos gelang und nach dem Vortrag erneut glückte, mittels geschickt in Szene gesetzter Überwältigung durch den Redner Mosebach, die die diskussionslose Verabschiedung des Publikums in den Empfang erlaubte, so daß den etwa 150 dankbaren Anwesenden die Anhörung der in solchen Fällen ausnahmslos unerquicklichen Befragungen, Belästigungen und Bedrängungen des Redners erspart blieb. Mosebach (Frankfurt/Main) redete, nach eher ungeschickter Einleitung über die Verbindung seines Themas mit dem Freund/Feind-Modell von CS, mit auf den Rücken gelegten Händen und leicht blechernem Pathos über das Thema „Der Feind“, d.h. er trug sechs eindrucksvolle Episoden vor, gut gewählt und gut verteilt über Zeit und Raum (Feindschaft des Brahmanen, Die Skulptur des Feindes, Die Feindschaft Parzivals, Lob des Faustrechts, Morden ohne Hass, Feindschaft in nuce). Überragend die Interpretation der Skulptur des Barbarenkönigs Amykos und besonders bedrückend die Beobachtungen des Schriftstellers zum innigen Hass gegenüber zwei Alten. Eine Lesung, die wegen der Eleganz des Textes und dessen moralischer Anregung schon für sich die Reise gerechtfertigt hat. Und Carl Schmitt? Hörten wir etwas über Reinhard Mehring Hinausgehendes, etwas anderes als „Kronjurist“ + Abscheu + Antisemitismus und Plettenberg? Durchaus. Sieht man von dem ergiebigen und eindringlichen Vortrag des Konstanzer Juristen Christoph Schönberger ab, dem es gelang, ausgehend von seiner für die Neuzeit durchaus plausiblen Prämisse, die Sprache der Juristen sei  antirhetorisch („objektiv“, „kalt“, „sachlich“, „ernsthaft“) angelegt,  den in der Weimarer Republik erfolgten Übergang Schmitts in die literarisch-ästhetische Rechtsproduktion als Flucht aus der Irrationalität zu deuten, mit der hübschen Pointe, daß der Einbruch der Literatur in das Rechtsdenken des Carl Schmitt in dem Augenblick erfolgte als er ganz zum Juristen wurde - sieht man also von dieser umfassenden „Drei-Phasen-Literaturgeschichte-CS“ ab, beeindruckten nur noch die Editionsberichte der mit den Tagebüchern 1921 - 1924 befassten Redner (Helmut Lethen, Wolfgang Spindler, Lorenz Jäger). Diese von Schmitt für den eigenen Gebrauch (er las, mit Datierung am Rande, immer wieder einmal in ihnen), für die eigene Besinnung und die persönliche Rechenschaft geschriebenen, genauer: in der heute nur noch von Wenigen beherrschten Gabelsberger Kurzschrift verfassten Tagebücher, deren Erscheinen unmittelbar bevorsteht, zeigen einen Mann in seinen frühen Dreißigern, der mit einer wilden Radikalität, einer erstaunlichen Kraft und einer fast verzweifelnden Wut sich täglich aufs Neue befragt: Wer bin ich? Warum bin ich? Was will ich? Was glaube ich? Was soll ich? Schatten».

5. Cacciari sulla "teologia politica" all'università teologica di Caserta. - Pare di capire dalla notizia data da Pupia che il prossimo "Venerdì 4 ottobre, alle ore 17, nella Cattedrale di Caserta, piazza Duomo 11, il filosofo Massimo Cacciari inaugurerà l’anno accademico dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Pietro”con una lectio magistralis sul tema del “Tempo Apocalittico”.  La prolusione verte principalmente sulla nozione di teologia politica data da Schmitt e divenuta una categoria concettuale per meglio interpretare il nostro mondo globalizzato. Se è così, l'evento può essere incluso nella nostra rubrica volta a individuare e censire tutti gli avvenimenti rilevanti per la recezione e discussione del pensiero schmittiano.

(segue)

12 marzo 2009

Carl Schmitt e il giudaismo in Francia. Note critiche sulla recezione francese di Carl Schmitt.

Versione: 1.3
Status: 8.5.09

Questo blog dedicato ai “Carl Schmitt Studien” avrebbe dovuto essermi più caro degli altri in ragione della mia prevalente occupazione su Carl Schmitt come autore. Nella letteratura del dopoguerra, soprattutto, un motivo ricorrente in cui ci si imbatte è la solfa Carl Schmitt nazista, Carl Schmitt antisemita. Per motivi indipendenti e autonomi ho dovuto interessarmi della questione ebraica nei suoi aspetti moderni. La distrazione non è stata improduttiva. Intanto, posso qui dare alcune anticipazioni che troveranno poi adeguato svolgimento anche all’interno di questo blog, se non si vuol andare a curiosare in altra sede, cioè in “Civium Libertas”, dove ho documentati gli odierni risvolti del giudaismo, dissociabile o meno dal sionismo. Per limitarci soltanto a quest’ultimo e lasciando irrisolto il suo legame con l’ebraismo sento di poter affermare che il razzismo, il genocidio, la pulizia etnica sono intrinseci al sionismo e forse all’ebraismo prima ancora che nascere tutti i soggetti del dramma: Carl Schmitt nato nel 1888, Adolf Hitler nato nel 1889. Il primo insediamento sionista è infatti del 1882, ma i fondamenti ideologici del sionismo si trovano già in Germania nella seconda metà del XIX secolo. Una strada da esplorare è un testo, quello di Eisenmenger, subito sequestrato al suo apparire nel 1700 e rimasto pressoché inedito e inaccessibile fino ad oggi. Insomma, la “questione ebraica” non è per nulla risolta, come in Francia sembrano supporre i detrattori di Schmitt. L’ebraismo ha avuto una relazione conflittuale con tutti i popoli con i quali è stato in contatto lungo tremila anni di storia. Evidentemente, vi è un contenuto di intolleranza e di antisocialità in questa religione sanguinaria e crudele tale da aver creato costanti problemi di convivenza con la restante umanità degli “idolatri” o dei “goym” secondo l’ottica visuale ebraica. Il massacro di Gaza è sotto i nostri occhi, ma una stampa condizionata e asservita si ostina ad adoperare la categoria del “conflitto” fra belligeranti e quindi l’equidistanza nella più pacifica delle ipotesi, quando è evidente lo schema unilaterale del massacro e del genocidio: Hamas non dispone di carriarmati, aerei, atomiche e tutto l’incredidibile armamentario di cui si apprende poco alla volta. Se tutto ciò ha a che fare con l’ebraismo, anziché con il sionismo soltanto, allora forse il “razzismo” occorre cercarlo non in Carl Schmitt ma nei suoi detrattori. Procederemo passo a passo nella lettura delle opere francesi di Zarka, Gross e altri. Questa non è una pubblicazione “accademica” secondo gli schemi che gli sono tipici. È invece quello che io chiamo uno scrivere sull’acqua, cioè una scrittura che può essere continuamente riformata e perfino cancellata ed eliminata se così parra. Non escludo che questa scrittura fatta d’acqua possa avere ricadute cartacee secondo i canoni consolidati, ma per adesso non è ciò che mi propongo. La mia bottega è aperta e non ha segreti.

Sommario: Prefazione: Osservazioni critiche sequenziali sul testo della “Preface” di Zarka all’edizione francese di Gross. – 1. Accenno al dopoguerra. – 2. Giudaismo, razzismo, nazismo: cosa sono? – 3. Ostilità e paranoia. – 4. Antisemitismo teologico e antisemitismo razzista. – 5. Le matrici reazionarie, religiose, psudo-scientifiche e politiche di Carl Schmitt. – 6. L’ “engagement” nazista di Carl Schmitt. – 7. La figura dell’«ebreo». – 8. La pericolosità del pensiero di Carl Schmitt oggi. – 9. I valori del mondo moderno. – 10. Le categorie schmittiane secondo Zarka. – 11. Zarka in conferenza a Tel Aviv: video. –

1. Accenno al dopoguerra. – La prefazione di Zarka a Gross contiene un accenno al Glossario politico uscito postumo. In questi diari che Carl Schmitt scriveva una scrittura cifrata, difficile da leggere e tradurre in chiaro, è contenuto un brano come il seguente:
Vivere della colpa altrui è il modo più basso di vivere a spese degli altri.
Probabilmente, per Zarka e Gross, questa frase è una manifestazione di antisemitismo. Ho seguito le vicende dell’edizione italiana del “Glossario”, invero abbastanza infelici e deprimenti. Data la sua grandezza, per Carl Schmitt avrebbe dovuto esservi una fondazione che in primo luogo curasse le sue edizioni, togliendole ai capricci e alle piraterie del mercato. La frase di Schmitt è del 1947. Possiamo dire: quanto profetica! Il libro dell’ebreo Norman G. Finkelstein, figlio di reduci da Auschwitz, è venuto molto dopo e non credo che Finkelstein abbia una qualche conoscenza di Carl Schmitt. Quanto la Germania sia stata depredata dallo stato di Israele, che rivendica strani diritti, quanto sia stata umiliato e privata di identità nazionale, è cosa che è chiara a chi riesce ad osservare le cose da sufficiente distanza. In effetti, Schmitt è pericoloso ancora oggi e fa paura sotto un duplice aspetto: perché evoca tempi tragici e perché produce un senso di rimorso in quanti non hanno ancora perso il senso della dignità nazionale, ma tacciono per timore del carcere duro che in Germania ma anche in Francia colpisce chi appena osa alzare la testa e voler camminare con la schiena dritta.

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2. Giudaismo, razzismo, nazismo: cosa sono? – Vi sono una serie di termini nel lessico politico corrente il cui significato è tutto intriso di caratterizzazione demoniaca da sfuggire ad ogni tentativo di definizione. Più spesso nella più disparata letteratura si assiste ad una gara per chi riesce a dare le definizioni più incredibili. Così come, sfogliando ogni genere di letteratura che sia usciti in Italia durante il ventennio fascista è facile imbattersi in incisi elogiativi del Duce o del regime in carica allo stesso modo in opere del tutto estranee alla materia storica si possono trovare condanne morali verso il nazismo o espressioni mitizzanti la Shoah. Resta però il problema serio e irrisolto di una definizione rigorosa dei termini con i quali il conformismo politico ama giocare. Il nazismo va inserito nel panorama della storia generale del XX secolo e non è disgiungibile dagli esiti della prima guerra mondiale, che insieme con la seconda meglio sarebbe chiamare la moderna guerra dei Trent’Anni: 1914-1945, ovvero la guerra civile europea, seconda Ernst Nolte. Restano poi da comprendere, che è cosa diversa dal giustificare, le ragioni profonde della profonda avversione che Hitler e in nazismo ebbe verso l’ebraismo. Il buon senso dice che non è possibile nascesse dal nulla e fosse del tutto gratuita. Se si abbraccia la tesi storiografica di Nolte secondo cui il nazismo è comprensibile mettendolo quanto meno in relazione con il bolscevismo, allora non si può ignorare il ruolo è dell’ebraismo all’interno del bolscevismo e neppure il ruolo internazionale dell’ebraismo, se è vero – come rileva una giornalista ebrea, Judy Andreas – che già il 24 marzo 1933 la «Judea Declares War on Germany. Jews of All the World Unite in Action: La Giudea dichiara guerra alla Germania. Ebrei di tutto il mondo uniti nell’azione». La data è importante perché siamo agli inizi della parabola del nazismo. Quanto l’ebraismo di uno Schiff, che ebbe a vantarsene, contribuì alla caduta dello zarismo – che non fu il mostro che si è fatto credere – ed all’avvento del bolscevismo nonché a pericoli conseguenti per la Germania e la società tedesca sono tutte cose che dovevano essere note e presenti ad un tedesco appena un poco informato che fosse vissuto in quegli anni. Perfino al giovane Delio Cantimori, fascista e poi comunista, riusciva impressionante la presenza ebraica nella Berlino weimariana. Infine, resta da chiedersi se il cristianesimo è una semplice, trascurabile piccola variante dell’ebraismo ovvero se esso sorge e si sviluppa su una radicale opposizione teologica o su una ben diversa visione del mondo, specialmente in rapporto alla massa damnationis costituita dai gentili, per i quali l’ebraismo non prevedeva nulla di buono o di lusinghiero. Sono temi generali che qui vengono appena enunciati e che andremo a verificare nelle centinaia di pagine dedicate alla denigrazione di Carl Schmitt e della sua opera. Se sarà come noi qui immaginiamo – ma resta ancora tutto da verificare – non riteniamo che non Schmitt si debba post mortem giustificare e discolpare, ma che al contrario siano i suoi detrattori a doversi porre qualche interrogativo su loro stessi.

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3. Ostilità e paranoia. – Uno dei primi appunti che Zarka pensa di muovere a Carl Schmitt è la sua relazione di “ostilità” che il francese trova connessa all’opera di Carl Schmitt lungo tutto l’arco della sua opera, anche quella postuma del dopoguerra. Ne abbiamo dato un piccolo esempio nella citazione del 1947: basta una critica precorritrice, neppure espressamente rivolta agli ebrei, forse e probabilmente per nulla rivolta agli ebrei, perchè scatti la paranoia. Un editore con il quale ero proprio adesso al telefono mi dice che ormai siamo giunti al paradosso per cui se uno dice all’altro “Buona domenica” vi è il rischio di essere tacciati di antisemitismo. Ma anche a prescindere da questa aneddottica, vi è un problema storiografico generale della liceità o meno della “ostilità” filosofica verso determinate dottrine o confessioni religiose. È sufficiente anche una lettura superficiale di quello che noi cattolici chiamiamo Vecchio Testamento per farsi un’idea anche sommario di tutto un sistema di valori religiosi ed etici, spesso raccapriccianti. È da chiedersi: si può lecitamente non voler essere ebrei e perfino provare raccapriccio verso le scene di sangue e di crudeltà dei bambini sbattutti sulla roccia, pochi righe dopo del salmo che parla di cetre appese ai salici di Babilonia? Tutto il pensiero filosofico occidentale è attraversato da ricorrenti relazioni di “ostilità” di un pensiero verso l’altro. La presunzione per cui tutto ciò che è ebracio e sa di ebraico debba ottenere solo plauso è una forma di paranoia. Ma questa ammettiamo sia ancora un’anticipazione prematura. Dobbiamo ancora esaminare riga dopo riga le armonentazioni degli autori qui critica. Ne abbiamo il tempo e non abbiamo nessun fretta. Possiamo perfino ritornare sui nostri passi e sulle conclusioni affettate e sui giudizi erronei. Nessuno è più antidogmatico di chi sta ora scrivendo.

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4. Antisemitismo teologico e antisemitismo razzista. – Siamo ansiosi di proseguire nella lettura del libro di Raphael Gross di oltre 400 pagine, tradotto dal tedesco in francese e prefato da Charles Zarka. Viene annunciato come o due termini siano indissolubili. Non dobbiamo essere impazienti e dobbiamo aspettare gli svolgimenti dell’argomentazione. Nulla però ci impedisce di fare qualche osservazione provvisoria. Intanto sul termine di “antisemitismo”, che un pensatore ebreo come Edgar Morin colloca come creazione terminologica nella seconda metà dell’ottocento: saremo più precisi al riguardo, appena rintracciato il volume dall’angolo di biblioteca in cui si deve essere ficcato. Possiamo però anticipare che il termine “antisemitismo” pone già problemi di carattere terminologico non banali. Per la trattazione puramente teologica di ciò che l’ebraismo è stato ed è l’arco temporale e geografico si dilata enormemente. Infine, paradossalmente la formula si rovesca nel suo contrario rispetto a ciò che Gross e Zarka evidentemente intendono: se razzismo vi è – ed io credo che vi sia –, questo è tutto da parte dell’ebraismo verso il mondo restante e tutti i popoli della terra e della storia diversi da quello “eletto”. Se si vuole assumere che il Blut und Boden sono i fondamenti costitutivi del razzismo nazista, questi elementi sono originariamente presenti nel corpus storico, dottrinale e teologico dell’ebraismo, dove il disprezzo per il mondo restante è tenuto accuratamente celato, segreto, per non suscitare le prevedibili reazioni nei popoli ospiti, al cui interno si collocano con finalità che non sono sempre encomiabili, se dobbiamo in qualche maniera tentare di dare una spiegazione a quelle reazioni che Bernard Lazare riscontra nell’arco dei millenni. Non si può limitare la storia dell’«antisemitismo» allo striminzito dodicennio nazista né pretendere senza cadere nell’ideologismo che il periodo nazista abbia un valore antonomastico e paradigmatico. L’atteggiamento della chiesa cattolica, pur nel suo antigiudaismo teologica, è stato nel corso del tempo di tipo “protettivo”: proteggere i cristiani dal giudaismo, che però ha potuto ben prosperare al punto che il desiderio di ghetto è fortemento voluto proprio dal rabbinato, che rischiano di perdere la loro clientela sotto la minaccia dell’assimilazione. La rivoluzione francese, la cui storia andrebbe rivista in relazione all‘emancipazione degli ebrei, ha poi posto un ulteriore spinoso problema che proprio i nostri giorni vedono esaltato: un ebreo a chi è fedele? Allo stato di cui è ospite o a Israele ovvero all‘ideale patria ebraica abbia o non abbia un territorio su cui esercitare la sua sovranità? Se poi si vanno a considerare gli odierni svolgimenti di politica internazionale si troverà facilmente che “semiti” in senso proprio, cioè genetico in quanto discendenti dagli antichi abitanti di Palestina, sono gli odierni palestinesi, mentre non sono per nulla “semiti” (leggi per tutti Shlomo Sand) gli attuali israeliani, in buona parte immigrati dai paesi dell’Europa orientale, ma sono certamente “antisemiti” e “razzisti” come non poche dichiarazioni Onu hanno sancito. Se Carl Schmitt fosse ancora vivo, avrebbe di che trovare conferme alle sue teorie proprio negli eventi delle guerre mediorientali, la cui comprensione sfugge a molti proprio per il travestimento ideologico con cui vengono trasmessi ai media, in buona parte se non nella loro totalità controllati dall’ebraismo ovvero dalle Israel lobbies presenti nei vari paesi. Le categoria schmittiane mantengono intatta la loro capacità di squarciare i veli della falsificazione ideologica.

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5. Le matrici reazionarie, religiose, psudo-scientifiche e politiche di Carl Schmitt. – Questo è il proclama con cui Zarka annuncia gli svolgimenti che verranno trattate nel prosieguo del volume. E noi siamo curiosi di leggere di cosa si tratta, chiedendoci a nostra volta se le contestazioni non possano essere ritorti contro i due autori, la nuova alleanza franco-tedesca. La situazione politica della Germania e della Francia nei confronti degli Usa e di Israele è speculare alla Francia di Vichy. Fra qualche anno troveremo anche formalmente l’intera UE annessa territorialmente agli USA. Gli intellettuali europei si sono resi illustri per i loro ripetuti tradimenti: l’ultimo è stato il massacro di Gaza. Ma è forse qui far rispondere lo stesso Schmitt che nel licenziare il più compromettente dei suoi volumi, la raccolta “Posizioni e concetti” premetteva un saluto rivolto ai suoi detrattori, quelli di ieri e quelli di oggi:
«Dopo un lungo lavoro nel mio campo conosco ogni sorta di preamboli. Ce ne sono alcuni nei quali l’autore tenta di anticipare esitazioni evidenti o remote e di prevenire con buone e oneste parole tutte le possibili folli o malvagie insinuazioni. Questi autori sperano di sottarsi ad uno specifico rischio professionale, alle “frecce della diffamazione”, ai “tela calumniae”. Ma ciò non è riuscito nemmeno ai migliori e più intelligenti fra costoro. Perciò non voglio soffermarmi al riguardo. Saluto nondimeno ogni schietto avversario, e soprattutto non cedo il passo a nessuno che si ponga davanti a me sul cammino della verità scientifica. Possa quindi servirsi ognuno secondo il suo intendimento di questo comodo accesso ai miei discorsi e saggi. “Benvenuto, buono e cattivo”!»

Carl Schmitt firmava questa Prefazione in data 20 agosto 1939. L’invasione della Polonia non era iniziata e con essa la seconda guerra mondiale, i cui esiti noi oggi scontiamo sulla nostra pelle e sui nostri cervelli, sulle condizioni della nostra libertà spirituale e intellettuale. In Francia e in Germania, indubbiamente, stanno peggio di noi in Italia, ma temo ancora per poco. Saremo presto tutti omologati.

Basterebbe la solo “scoperta copernicana” del critero amico-nemico per dare una prima risposta ai “tela calumniae” di Zarka e di Gross, il cui discorso seguiremo in tutta l’articolazione armati del nostro tempo e della nostra pazienza. Ancora oggi il criterio schmittiano si rivela insuperato per poter spiegare scientificamente i conflitti medio-orientali e perfino la mancanza delle elementari condizioni di libertà di pensiero e di ricerca in paesi come la Francia e la Germania, dove a sostenere determinate posizioni, fondate o meno che siano, si va incontro ad anni di carcere duro. Sembra incredibile, ma è così. Presto sarà bollato come antisemitismo anche il solo dire “Buona domenica!”. Ma andiamo avanti. È nostra intenzione condurre un’analisi scientifica, argomentata e verificata, di tutti gli argomenti di cui Zarka e Gross dispongono. Le frecce del loro arco saranno da noi esaminate con tutta la diligenza e il rigore di cui siamo capaci.

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6. L’ “engagement” nazista di Carl Schmitt. – La prima pagina della Prefazione di Zarka a Gross ha il pregio di anticipare tutti i temi del libro e della politica culturale portata avanti in Francia. Anticipazione per anticipazione dobbiamo qui obiettare che l’impegno nazista di Schmitt è collocabile propriamente fra il 1° febbraio 1933 e il dicembre 1936. In un’intervista radiofonica Schmitt si dichiava un “organo” intellettuale del popolo tedesco e si dissociava da quei “giuristi positivisti” che avevano asservito allo straniero la Germania uscita dal trattato di Versailles. Per i primi tre anni dell’ascesa al potere del nazismo è stato osservato che era perfettamente plausibile in ogni comune cittadino la piena adesione ad un governo che superava la crisi senza uscita degli ultimi anni di Weimar. Per questi anni andrebbe spiegata non l’adesione ad un governo giunto al potere in modo perfettamente legale, anche se ha poi dato vita ad un processo costituente, ma al contrario occorre spiegare la dissociazione, il motivo per il quale non si era d’accordo con un governo che dimostrava di saper risolvere i problemi. Insomma, al di là della contingenza di spazio e di epoca, ognuno di noi è figlio del suo tempo e non più essere sindacato per le sue opzioni politiche in quanto tali. Durante il processo di Norimberga, a seguito di una calunnia, Carl Schmitt fu internato, ma nulla gli si potè contestare sul piano della responsabilità personale: non ha ucciso nessuno, neppure in guerra, non ha rubato, non ha stuprato. Anzi nel suo “famigerato’ il Führer protegge il diritto ha perfino scritto che quanto eccedeva la ragion di stato nella “notte dei lunghi coltelli” avrebbe dovuto venir trattato secondo l’ordinario diritto penale vigente. Nel gennaio del 1937 in un apposito documento interno dell’Ufficio di Rosemberg venivano analizzati tutti gli scritti di Carl Schmitt per poi essere bocciato sotto il profilo dell’ortodossia ideologica nazista. In particolare, il “concetto del politico”, la cui prima formulazione è del 1927 veniva dichiarato estraneo alla concezione nazista in quanto priva dell’elemento völkisch, cioè razziale. Sia Zarka sia Gross anziché preoccuparsi di mettere alla gogna Carl Schmitt espellendolo dalla comunità scientifica e filosofica dovrebbero preoccuparsi di farci capire cosa fu il nazismo all’interno della storia generale del XX secolo. Ogni regime che succede ad un altro è sempre migliore del precedente, sul quale in assenza di contradditorio è possibile riversare tutte le nefandezze. Questa procedura ha assai poco a che fare con la scienza e molto con la politica del tempo. Sia Zarka sia Gross sono probabilmente più proni alla politica e al governo della loro epoca di quanto non lo sia stato Carl Schmitt. Ma siamo ancora fermi alla prima pagina e siamo probabilmente affrettati nelle nostre conclusioni, che non esiteremo a rivedere se ci parrà il caso. La nostra è appunto una “scrittura sull’acqua”, non sulla carta stampata. Le conclusioni “provvisorie” ma non per questo meno necessarie possono essere qui riviste e ritirate in ogni momento.

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7. La figura dell’«ebreo». – Sempre restando alla prima pagina della Prefazione di Zarka, dalla quale non riusciamo a staccarci per giungere alla trattazione degli assunti, alla loro argomentazione, troviamo una curiosa presunzione. Mentre si contesta a Schmitt una peculiare interpretazione, chiaramente erroneo, della figura dell’«ebreo», si presuppone evidentemente di possedere la giusta visione, la giusta concezione dell’«ebreo», magari fornita dalla Licra francese, o dall’ADL, sezione americana della Massoneria ebraica, il BB, non acronimo di Brigitte Bardot ma del B’nauï B’rith. Un fatto concreto contrastat tuttavia con le argomentazioni che si vogliono svolgere contro Carl Schmitt, criminalizzandolo con l’accusa di “antisemitismo”, che è di rilevanza penale e che compare per la prima volta nel codice penale sovietico del 1926, dove si trova il reato penale della «istigazione all’odio», con la cui fattispecie si intendeva colpire e reprimere un diffuso antisemitismo diverso da quello di epoca zarista. Infatti, il potere bolscevico er a percepito ed era un potere ebraico, per cui opposizione al bolscevismo e all’ebraismo si fondevano in uno stesso fenomeno. L’opera più importante di Carl Schmitt, la Dottrina della costituzione, del 1928, è dedicato ad un certo Fritz Eisler, un compagno di università, caduto nella prima guerra mondiale. Era un ebreo e Carl Schmitt gli ha dedicato la sua opera più importante, cosa che gli verrà contestata dai nazisti nel rapporto Rosemberg del gennaio 1937. È davvero un modo curioso di essere antisemiti. Ma appunto si tratta di sapere e capire cosa vuol dire essere antisemiti. Nella cultura tedesca, ancora prima della rivoluzione francese, esattamente nell’anno 1700 il tedesco Joahann Andreas Eisenmenger scriveva un’opera sull’essenza dell’ebraismo tutta fondata sulla conoscenza diretta delle fonti: il Giudaismo svelato. L’opera fu subito sequestrato per l’intervento dei potentissimi “ebrei di corte” e rimase sotto sequestro per circa mezzo secolo. L’autore morì nel 1704 per quante gliene avevano fatte gli ebrei dell’epoca. L’opera di Eisenmenger, indicata come uno degli arsenali da cui attingerebbe gli antisemiti, pare abbia influenzato pensatori come Fichte, Kant, Feuerbach. Se è a questo tipo di antisemitismo che si richiamano Zarka e Gross – ma dobbiamo ancora verificarlo –, allora Schmitt si trova decisamente in buona compagnia. Il tema ci intriga talmente che ci stiamo accingendo ad una poderosa impresa editoriale in internet: la pubblicazione in rete dell’originale tedesco di Eisenmenger, in pratica rimasto inedito per tre secoli. Indagheremo per conto nostro e a prescindere da Zarka e Gross se nella cultura tedesca di tre secoli l’opera di Eisenmenger ha lasciato traccia. Una lunga ricerca parallela a questo studio.

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8. La pericolosità del pensiero di Carl Schmitt oggi. – Su un dato possiamo essere d’accordo con Zarka, e cioè che il pensiero di Carl Schmitt è oggi un pensiero altamente pericoloso, benché egli sia morto nel 1985, oltre venti anni fa, e le sue opere maggiori cadano nello spazio fra le due guerre, ovvero in piena guerra civile europea. Per i tedeschi, gli italiani o gli europei che ancora conservavano un ricordo diretto e personale degli anni delle due guerre mondiali o anche della più recente, il nome di Schmitt evocava inevitabilmente le ferite non ancora rimarginate connessi ad eventi in cui erano stati protagonisti e per i quali venivano collettivamente colpevolizzati. L’idea della colpa collettiva fa parte delle nuove istituzioni giuridiche create dai vincitori non già della seconda guerra mondiale, ma dell’Europa tutta in quanto fino al 1914 ancora dominatrice dell’85 per cento di tutte le terre emerse. Anche le potenze europee come l’Inghilterra, o la Francia di de Gaulle, che si ritenevano vincitrici, scoprirono ben presto di aver perso i loro imperi coloniali non a vantaggio dei popoli colonizzati, ma a tutto profitto del nuova potenza imperiale statunitense che all’antiquato sistema anglo-francese dell’occupazione e dello sfruttamento diretto sostituiva un più efficace sistema di basi militari sparse per il mondo – in Italia ne abbiamo oltre un centinaio, per non parlare poi della Germania – e dava piena operatività alle imprese americane, protette dalle basi militari. L’Europa tutta alla fine del conflitto si è trovata occupata e asservita, anche se la retorica di intellettuali di regime ama parlare di Europa liberata evidentemente da se stessa.

Al pericolo evocativo di un passato tutto da nascondere, rinnegare, dimenticare si aggiunge un pericolo che provoca un senso di rimorso verso il presente. Fuor di retorica il pensiero di Carl Schmitt offre le categorie scientifiche per leggere i rapporti di forza attuali, la dipendenza e soggezione non solo all’esterno, ma anche al suo interno. Con il sistema dei tribunali con cui i vincitori usano ormai giudicare e condannare i vinti ad ogni conclusione del conflitto, il nemico vinto è assimilato al criminale. Le comunità ebraiche dei vari paesi – e sommamente in Francia – sono attivissime nel gridare al crimine ad ogni più innocente scritta sui muri di cimiteri, stazioni ferroviarie, cessi pubblici. Ricchissime associazioni di ogni genere scattano per reprimere ogni forma di pensiero non omologata. La citazione di Schmitt sopra riportata sulla presunta colpa altrui come forma della propria esistenza era stata da me pronunciata dal pubblico durante una conferenza al Goethe Institut in Roma. Senza volerlo sono diventato quasi l’oratore principale dell’evento, giacché vi è stata subito una concertazione degli ebrei presenti in sala per un “risposta” e un “dibattito” non programmato. La stessa esperienza ho potuto riviverla e verificarla in un centro culturale ebraico, anzi in diverse occasioni dove la Israel lobby poteva rivendicare il suo diritto di vincitore della guerra.

Anche in relazione ai conflitti mediorientali, dove l’ebraismo rivendica un suo diritto al risarcimento verso terzi, le categorie schmittiane di amico nemico, legalità legittimità, identità politica, relazione fra gli stati, pace e guerra, nemico e criminale, verità e autorità, e così via, fanno giustizia di categorie ideologiche che malamente riescono a coprire un genocidio e una pulizia etnica incomparabilmente più grave per intensità ed estensione a quanto di più orribile una storiografia di comodo abbia mai pensato di attribuire al nazismo. Indubbiamente, il pensiero di Schmitt che offre una ben diversa consapevolezza del presente è un pensiero altamente pericoloso. In Francia, per l’accademica penna di Zarka, tentano appunto di esorcizzarlo. In America, negli USA, dove non hanno le stesse preoccupazioni dei vassalli, hanno già da tempo incominciato a saccheggiare la politologia schmittiana per volgerla contro la stessa Europa, il cui servaggio sembra ormai acquisito, e per consolidare le conquiste imperiali, salvo che la crisi in atto non riservi sorprese. Per uno studioso è sempre pericolo lasciarsi andare a previsioni.

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9. I valori del mondo moderno. – In un certo senso proprio Zarka rende omaggio a Carl Schmitt allo stesso modo in cui il vizio riconosce la virtù, la menzogna rende omaggio alla verità se non altro perché riconosce la verità e la menzogna nei rispettivi ruoli. Se la menzogna riconoscesse se stessa come menzogna e ponesse come valore la menzogna, oppure il vizio se stesso come valore negando la virtù, allora si sarebbe operata una trasmutazione generale di tutti i valori e l’umanità sarebbe regredita dallo stato umano a quello scimmiesco ovvero progredità alla stadio degli androidi, ma finché il torto vuol chiamare se stesso diritto, la guerra e il genocidio vuole spacciare se stessa per “processo di pace” e diritto umanitario, allora evidentemente qualcosa non funziona. Ma lasciamo parlare Zarza, il quale attribuisce a Schmitt il grave torto di essere incompatibile con incompatibile con i “valori del mondo moderno”, di cui egli è chiaramente un portabandiera e che elenca in questo modo: «l’universalisme, la centralitè de l’individu et de la liberté, l’idée démocratique d’ègalité, le primat de la raison, l’idèal d’un règne di droit et de la paix». Bene, bene! Vi è qui molto da criticare e demistificare, ma siamo appena alla pagina VIII e ci attendono oltre 400 pagine di volume. Dobbiamo decidere se limitarci qui a una breve confutazione, supponendo che gli stessi temi andremo poi a incontrali nel prosieguo della lettura. Pare saggio non eccedere negli spazi e nell’estensione della scrittura.

La confutazione può procedere su due distinti piani. Il primo verificando l’accusa, la diffamazione, direttamente sul testo di Schmitt, analizzandone tutti i contesti. E ci limitiamo qui ad anticipare che salvo la dubbia nozione di “universalismo” a Schmitt non può essere rimproverato di non avere rispetto per l’individuo o di non avere a cuore la libertà, di non sapere che cosa è l’eguaglianza nel diritto ed il principio di ragione e di metodo scientifico, di non sapere addirittura cosa è il diritto e cosa sia la guerra e la pace. Sono talmente enormi contestazioni del genere da suscitare il dubbio che chi muove simili addebbiti abbia mai frequentato il testo di Schmitt, certamente difficile per tutti i riferimenti che esso contiene. Il pensiero di Schmitt non nasce dal nulla. Non è il prodotto della fantasia che scrive favole e non ha nessun bisogno di attingere alla realtà della propria epoca, corroborata dalla conoscenza profonda del passato e in ansia per il futuro prossimo che incombe. La difficoltà, soprattutto per uno straniero, è di riuscire a penetrare nel mondo profondamente tedesco, eppure europeo ed universale, di Carl Schmitt, valutando come la contingenza politica abbia sollecitato un pensiero che vuol rendere conto a se stesso ed al suo popolo del presente che urge e che richiede una decisione. Il 1° febbraio del 1933, in una intervista radiofonica, disse di se stesso in quanto intellettuale di considerarsi un “organo” del popolo tedesco in opposizione ai “giuristi positivisti” che avevano asservito la Germania e così tradito il loro popolo.

Un distinto piano di confutazione, a prescindere da Schmitt, riguarda un’elencazione piuttosto ingenua di concetti la cui banalità strumentale diventa sempre più chiara perfino agli studenti dei primi anni delle facoltà giuridiche. Per limitarci a qualche esempio facciamo un salto nel tempo, ad un decennio prima della rivoluzione francese, quando il principio dell’eguaglianza venne solennemente proclamato senza rendere per questo gli uomini più felici di quanto prima non fossero. Un mio compaesano, grande ma non divenuto mai famoso, e credo mai tradotto all’estero, scriveva negli anni 1779-80 tre volumi sull’Ineguaglianza fra gli uomini. A giudicare dal titolo si fa presto a farlo passare per un “reazionario” – altra categoria scientifica chiamata in forza da Zarka –, ma se poi si vanno a leggere le sue pagine, se ne esce colpiti dal senso di umanità e dalla sua reazione morale di fronte alle sofferenze e alle ingiustizie: se dipendesse da me – scriveva –, farei tutto ciò che è in mio potere per abbattere quelle ineguaglianze che offendono il nostro senso morale. Avverte però che l’ineguaglianza che si crede di aver abbattuto risorge in ogni epoca e ad ogni latitudine con una intensità forse perfino maggiore e più insidiosa. Ne conclude in oltre 800 pagine, fino a pochi anni fa mai ristampate, che in fondo il concetto di eguaglianza non era altro che un concetto polemico con il quale si intendeva abbattere l’orgoglio dei nobili. Fatta la rivoluzione francese, emersa la borghesia ed il potere del danaro, che già consentiva nel Settecento agli “ebrei di corte” di poter censurare l’opera di Johann Andreas Eisenmenger, sarà l’ebreo assimilato Karl Marx a denunciare la truffa dell’eguaglianza borghese del XIX secolo. Non andranno meglio le cose con l’eguaglianza proletaria di stampo bolscevico, dove l’intellettualità ebraica, ebbe non piccola parte. Naturalmente, solo uno sciocco in malafede può pensare che la critica dell’eguaglianza sia un’apologia dell’ineguaglianza e di ogni forma di iniquità.

Continuando l’esempio si può considerare per il suo contenuto polemico la nozione di diritto umano, quasi che il diritto, ogni diritto, possa essere non già umano, ma animale o subumano o sovrumano. A voler rendere l’attacco si potrebbe obiettare che il diritto ebraico fondato sulla Torah e sul Talmud abbia poco di umano. Per chi voglia rileggere i testi biblici con le lenti delle odierne Dichiarazioni universali dei diritti è facile trovare nefandezze di ogni genere tali da farci inorridire. Gli esegeti possono fare tutti gli equilibrismi che credono, ma almeno con Lutero – che non aveva in simpatia l’ebraismo – siamo tutti liberi di interpretare i testi con la nostra testa. La nozione dei diritti umani ha esercitato nel dopoguerra una funzione essenzialmente polemica nei confronti delle potenze europee che erano state appena sconfitte e che dovevano essere delegittimate per l’eternità. Se poi andiamo a vedere in molti, moltissimi casi come questi stessi “diritti umani” siano stati intesi e praticati da quelle stesse potenze che con voce più alta li sbandieravano, ci si accorge facilmente dell’inganno. Usa, Israele e Francia sono qui in prima linea. Che in Francia non vi sia libertà di pensiero, ovvero di un pensiero diverso da quello di Zarka stesso, è cosa che ognuno sa o almeno può sapere se il suo cervello è improntato alla ricerca della verità e disciplinato secondo il metodo scientifico. Nel mio blog “Civium Libertas” sono migliaia e migliaia le pagine in cui ho trattato e tratto le bugie e le falsità con le quali il potere, un potere ben più penetrante e pervasivi di quello nazista, fascista o bolscevico, tenta di lobotomizzare i nostri cervelli. Un esempio per tutti è la bugia dei falsi armamenti di Saddam per scatenare una guerra fortemente voluta dalla Israel Lobby. Bush non è per questo finito sul banco dei criminali, pur avendo fatto lo stesso e peggio di Hitler. Un solitario cavaliere della libertà e della verità è riuscito ad esprimersi non con la parola o la scrittura, ma lanciando le sue scarpe verso la faccia di Bush, che le ha però schivate, dimostrando agilità e salute, quella salute che manca a milioni di persone rimaste mutilate dalla sua guerra.

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10. Le categorie schmittiane secondo Zarka. – La prefazione ad un libro è anche una sorta di anticipazione del contenuto del libro stesso. Il prefatore anticipa temi che verranno evidentemente trattati e argomentati nel libro stesso: il lettore deve attendere con pazienza e con pazienza leggere le pagine secondo la loro successione numerica. Un libro è come il montaggio di una pellicola. Le scene si girano una alla volta ma poi alla fine le si mette insieme secondo un ordine che dovrebbe essere logico. Si parla a tal riguardo di unità estetica ovvero un’unità di un’opera compiuta quale dovrebbe essere un Libro. Ma se è lecito a Zarka riassumere tesi che verranno – si spera – più argomentate nel prosieguo, non dovrebbe essere meno lecito a noi controargomentare per sommi capi: anche questo è principio di eguaglianza. Per essere noi più sintetici di Zarka ci piace fare una bella citazione del nostro compianto politolo Gianfranco Miglio, il quale nel 1972 curò una antologia degli scritti di Carl Schmitt. Fu un momento importante della recezione di Schmitt in Italia, anche se il copyright dei testi inclusi mi è di ostacolo al progetto di un’edizione critica del “Concetto del politico”. Ebbene, nella sua Prefazione a quell’antologia Gianfranco Miglio ebbe a parlare di “scoperta copernicana” a proposito del concetto schmittiano del politico. La scienza politica grazie a Schmitt poteva fare progressi paragonabili al passaggio dal sistema tolemaico al sistema copernicano.

Zarza e con lui Gross possono ben essere di diverso avviso. In fondo, ognuno si adatta alle verità e alle concezioni che più gli convengono. Oltre che al mio proprio giudizio, preferisco seguire Miglio che non Zarka. Non solo il concetto del politico ma numerose altre categorie schmittiane, demonologicamente richiamate da Zarka, aiutano a comprendere la nostra epoca molto più di quanto non consentano gli scritti di Zarka stesso o di molti scrittori contemporanei. Carl Schmitt, nel periodo del suo internamento a Norimberga, dove finì per la delazione di un “emigrato tedesco”, ebbe a scrivere che le pagine di Bodin e Hobbes lo aiutavano a comprendere il presente molto di più degli scritti di tanti autori contemporanei. Oggi lo stesso si può dire degli scritti di Carl Schmitt ed è questo il motivo del fascino e dell’interesse che da ogni parte del mondo – come testimonia una bibliografia difficile da governare – si nutre verso un’opera che assume i caratteri della classicità nella misura in cui supera il suo tempo e i confini del suo paese.

Quanto mai acritici appaiono gli entusiasmi di Zarka per una modernità quanto mai problematica ai suoi stessi protagonisti ed ancora più demonizzanti gli strali polemici contro un autore cui lo stesso tribunale di Norimberga non ha potuto contestare un bel nulla, se non la grave colpa di riuscire a pensare al di fuori di tutti gli schemi concettuali ed i cliché dell’epoca dei vincitori. Il concetto di costituzione, la fondazione del diritto come decisione, la distinzione fra legalità e legittimità, la demistificazione del ruolo imperiale degli Usa, ecc., possono risultare scomodi ad un pensiero ed una teoria che segue le indicazioni e le direttive dei pensatoi imperiali, ma ognuno che sceglie il suo cammino sulla via della scienza è giudice del vero e del falso. Per fortuna, in questo campo la giurisdizione assoluta non compete né a Zarka né a Gross. In Francia del resto vi sono altri di diverso avviso riguardo a Schmitt. Basti qui citare Julien Freund o Alan de Benoist. Certamente, è interessante studiare le mosse di Zarka a proposito di Schmitt, per capirne le ragioni profonde, forse estranee alla scienza e riconducibili ad una situazione politica dove è stato cancellato il principio fondamentale della libertà di pensiero e di ricerca. Le lobbies ebraiche hanno una gran parte in questa storia.

Ritornando all’immagine della rivoluzione copernicana ci sovviene una scena della Vita di Galilei di Brecht, quando di fronte al telescopio i contradditori di Galilei si rifiutavano di guardare. Disperato, Galilei afferrò un cagnolino che era nella stanza e lo mise a guardare al telescopio: guarda almeno tu! Nei suoi 97 anni Schmitt, nato un anno prima di Hitler, ha attraversato come testimone tutta la sua epoca. La sua testimonianza ci è perciò preziosa, tanto più preziosa in quanto il suo pensiero ha sempre saputo sollevarsi sopra il suo tempo senza esserne mai il mero rispecchiamento. Come Marx ebbe a dire per Omero, la prova è fornita dal fatto che il suo pensiero continua ad esserci utile, anche se il fascismo e il nazismo sono passati. Prova ulteriore è il fatto che a trarre vantaggio del suo metodo scientifico sono i vincitori molto più dei vinti. Dalle pagine di Schmitt il declino e l’agonia politica dell’Europa possono leggersi con grande chiarezza, una chiarezza che invano si cerca nei testi e nelle analisi dei suoi detrattori, che curiosamente si rattristano perché altri continuano ad avere interesse ed ammirazione per un pensatore e un’opera che essi tentano di esorcizzare.

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11. Zarka in conferenza a Tel Aviv: video. – Cliccando sul titolo si accede ad un video, dove si trova l’immagine di Zarka che in 53 minuti ripete le sue tesi in Tel Aviv, luogo quanto mai significativo per comprendere come la recezione di Carl Schmitt in Francia si colleghi all’ambiente del giudaismo, di associazioni che si distinguono nell’osteggiare qualsiasi forma di espressione di un libero pensiero. Risentiremo più più volte il filmato sonoro di Zarka, ma fino a questo momento non abbiamo ascoltato niente di rilevante. Incredibile! Zarka trova occasione di parlare anche del “negazionismo”. La critica appare qui difficile perché il discorso di Zarka sembra del tutto slegato dal testo di Schmitt. «Chi è Carl Schmitt?» si chiede Zarka. Aspettiamo ansiosamente di saperlo da lui. Il più considerevole giurista dell’epoca weimariana? Bene! E allora? Kelsen ed il normativismo: la colpa di Schmitt è qui di pensarla diversamente! In effetti, Schmitt non ha mai degnato di eccessiva attenzione l’opera di Hans Kelsen. Zarka non pare per nulla accorgersi di quanto sia problematico il concetto stesso di liberalismo e di democrazia liberale. Zarka è un personaggio notevole nel sistema del potere accademico francese, ma non riuscimo a superare l’impressione di una vuota declamazione di banalità. Intanto si può osservare che la critica alla democrazia di Weimar non fu una prerogativa di Carl Schmitt. Ah ecco! Zarka vuole ritornare a prima della rivoluzione “copernicana” di cui parlava Miglio nella prefazione all’antologia schmittiana del 1972. Oggetto e centro della politica deve tornare ad essere lo Stato, non la distinzione fra amico e nemico. È però da osservare che la distinzione fra amico e nemico non è in sé intrinsecamente nazista nel senso che faccia parte dell’ortodossia ideologica nazista. In tal senso, veniva apertamente sconfessata da Rosemberg nel gennaio del 1937. Il criterio del politico – osservava Rosemberg – non è una dottrina nazista in quanto non è una teoria völkisch, basata concetto sul concetto biologico- razziale. Lo è invece il sionismo!

Incredibile! Zarka sta parlando de “la pensée politique de Carl Schmitt avant 1933”, ma collega il suo discorso al “negazionismo”! Carl Schmitt è dunque responsabile del “negazionismo” ancor prima che questo esista. Ripete maniacalmente “Chi è Carl Schmitt?”, ma non riesce a dircelo! Si scandalizzza, ma soprattutto criminalizza la tesi che la decisione sia alla base del diritto. Quanto di liberalismo e di spirito liberale vi sia in Francia e in Tel Aviv è cosa facile da apprendere e verificare: la Francia è diventata la terra della legge Fabius-Gayssot e Isral il regime dell’apartheid e della pulizia etnica!

(segue)