07 luglio 2015

Günther Krauss: I miei ricordi di Carl Schmitt - Parti I-V (1926-1936)

I MIEI RICORDI DI CARL SCHMITT(1929-1936)


Günther Krauss (2.1.1911-7.9.1989)
“Souvente me souvene"
(Motto del tempo della guerra inglese delle Due Rose)


SOMMARIO: 1. Paris-Montparnasse 1929-1930. – 2. Monaco 1930, Giardino Inglese. – 3. Berlino 1930-1931, Istituto superiore di scienze commerciali. – 4. Istituto superiore di scienze commerciali: Lezioni e Seminario. – 5. Colonia - Bonn 1931-1932. – 6. L’anno 1932. – 7. Carl Schmitt un fallito? Scienza e formazione. – 8. Cosa consiglia Lei? – 9. Carl Schmitt, il nuovo compagno di partito. – 10. Collaborazione nella legislazione. – 11. Carl Schmitt a Colonia. – 12. Riconoscimenti. – 13. La saga di Egil ed i fratelli Sklarek. – 14. Fichteberg, con intermezzo: SA-Sturm. – 15. La collaborazione con Carl Schmitt. – 16. I tre tipi di pensiero giuridico. – 17. Struttura statale e crollo del Secondo Reich. – 18. L’evento Röhm come epurazione (tschistka). – 19. Il 13 luglio 1934. – 20. “Il Führer protegge il diritto”. – 21. Altre cose dell’anno 1934. - 22. Nachträge. || Testo tedesco.

1.

Paris-Montparnasse 1929-1930

“Sia lodato il gallo!” – così inizia uno dei capitoli più belli del romanzo immortale di Michail Bulgakov Il maestro e Margherita. Il gallo qui scaccia l’apparizione notturna del diavolo. Una simile apparizione c’è anche intorno a Carl Schmitt.

Ma il Gallo significa anche la Francia. Qui per la prima volta incontrai per l’esattezza non Carl Schmitt, ma il suo nome. Era l’inverno 1929, nella casa al numero 25 del Boulevard Montparnasse, all’angolo della stretta, ma ben collegata Rue de Vaugirard di fronte allo sbocco dell’ampia, allora un po’ solitaria Avenue du Maine. Lodato sia Franz A. Kramer, che qui risiedeva, rappresentante dei due grandi quotidiani del cattolicesimo tedesco, che oggi non esistono più: la Kölnische Volkszeitung e la berlinese Germania. Lodato sia Kramer tra l’altro perché gli sono debitore della prima conoscenza di Carl Schmitt, anche se al momento solo in grande lontananza. Kramer, figlio della terra della Westfalia – non dell’asfalto di una qualsiasi metropoli – era come figlio di un veterinario particolarmente realista, solido e fidato, ed al tempo stesso capace di entusiasmo: senza capacità di entusiasmarsi nessun realismo. Egli fu per me un amico generoso, anche se le nostre strade si separarono temporaneamente. Io allora studiavo all’Ecole de droit, ma ero piuttosto spesso al quartiere Montparnasse, nella 6ª, 14ª ed anche nella 15ª circoscrizione: nell’ufficio di Kramer, nei numerosi Cafés di Montparnasse, nei ristoranti russi, dove ci servivano granduchi ed ufficiali emigrati. Era il tempo, in cui un generale della Guardia Bianca di nome Kutjepov era stato rapito dagli agenti sovietici russi; non lo si rivide mai più. Incominciava allora anche l’ascesa di Pierre Laval, sindaco di Aubervilliers. La segretaria di Kramer era pure una principessa russa, la signora Avalov. Più tardi egli viaggiò in Russia e descrisse il viaggio nel libro Das Rote Imperium, che è ancora oggi ben leggibile.
Da Kramer udii per la prima volta del renouveau catholique, che si verificò tra le due guerre mondiali. Per la prima volta udii più dettagliatamente di Tommaso d’Aquino, udii del neotomismo, anche dei cardinali Newmann e Mercier, della scuola dei domenicani francesi, qui soprattutto di Reginald Garrigou-Lagrange. Renouveau catholique, vale a dire – nei resoconti di Kramer – in Francia Léon Bloy, Ernest Hello, Georges Bernanos, in Inghilterra G.K. Chesterton, Hilaire Belloc, Francis Thompson, ma in Spagna, come si dice nell’aria di registro del Leporello – Donoso Cortés, e questo era il punto più alto.
A notizia di lui mi sarei messo molto volentieri nell’Espresso del Sud alla volta di Irún. Kramer possedeva la traduzione francese di Donoso Cortés fatta da Louis Veuillot. La sfogliavo ed ero affascinato dalla sua profezia sugli effetti dell’abolizione della pena di morte, oggi completamente avveratasi, non meno di quella più nota dello scoppio della rivoluzione mondiale a Pietroburgo. Di Carl Schmitt non avevo ancora letto nulla; la piccola biblioteca di Kramer non conteneva nessuna delle sue opere. Questa lettura doveva però seguire nel semestre successivo.


2.
Monaco 1930, Giardino Inglese


Nell’estate 1930 continuavo i miei studi universitari a Monaco. Ricordo piacevolmente l’Università, ed anche stupendamente la città. All’Università udivo Wilhelm Kisch, un grande pedagogo, che metteva ore supplementari di lezione a compimento della sua materia, cosa che facevano certamente solo pochi suoi colleghi. Udivo anche un maestro di Carl Schmitt, Fritz van Calker, che prestava attenzione al conservatorismo tedesco ed al fascismo italiano. La biblioteca offriva perfino la Summa theologica di Tommaso d’Aquino con il breve e conciso articolo sulla pena di morte. Tuttavia, la forza d’attrazione più grande si dipartiva dal Giardino Inglese.
Qui lessi la Dottrina della Costituzione di Carl Schmitt del 1928, che suscitò in me un’invincibile sete di sapere, spalancando sopra di me il cielo azzurro bavarese. La lettura non era in alcun modo disturbata da quelli che passeggiavano e da quelli seduti vicino, per lo più bavaresi, anche studenti, con cui si entrava in conversazione. Carl Schmitt non suscitava una scostante serietà. Al contrario: i passi più belli erano seguiti da ampie pause, allo stesso modo come la cucina francese è grande per le pause fra le singole portate.
Solo l’inizio, specialmente le numerose definizioni della parola costituzione, presentava qualche difficoltà, ma assai presto si giungeva al pieno godimento di questa insolita lettura. Chi dice Carl Schmitt dice forma. Essa nasceva da un ordine ben composto, di cui non si avvertiva il rigore. La chiarezza si univa con la profondità. La claritas è strettamente affine alla caritas: dove manca questa, la profondità è buona solo per annegarvi. Seguivano feconde distinzioni: da una parte la costituzione come decisione complessiva sulla specie e la forma dell’esistenza politica, da un’altra parte le singole disposizioni legislative costituzionali, il cui inserimento nella costituzione poteva essere casuale o arbitrario, inoltre il vero e proprio compromesso oggettivo ed il compromesso formale dilatorio, l’elemento politico e quello proprio dello Stato di diritto nelle costituzioni moderne.
L’elemento dello Stato di diritto è soltanto accidentale, di per sé non vitale. L’autocontrollo non può essere il senso dello Stato; anche lo Stato di diritto deve essere innanzitutto uno Stato. Di conseguenza l’elemento politico è primario, quello tipico dello Stato di diritto secondario. Per ciò che riguarda l’uno, veniva trattata accuratamente la dottrina della democrazia, insieme ai suoi limiti. Il popolo è una grandezza per un verso non organizzata, per un altro organizzata. Senza organizzazione il popolo può manifestare la sua volontà solo momentaneamente e solo con l’acclamazione o il rifiuto, secondo la concezione che Carl Schmitt allora aveva soltanto come opinione pubblica. La falsificazione dell’opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione di massa allora non era ancora prevedibile. Ci sono gradi di degenerazione come cerchi dell’Inferno: dall’acclamazione all’opinione pubblica, da questa all’opinione resa nota, da qui alla dimostrazione innocua, che con logica inevitabile si trasforma in dimostrazioni violente ed in lotte simili alla guerra civile. La volontà del popolo allora non è tanto espressa quanto falsificata dalla sobillazione, anzi perfino violentata. Ma il popolo in quanto grandezza organizzata può scegliere solo fra candidati, presentati dai gruppi preesistenti, o rispondere con un sì o un no a domande prefabbricate: la sua attività è sempre un post dopo un prius. Di estrema attualità è oggi la critica che Carl Schmitt fa della frase “la maggioranza decide”. “Se in una votazione di 100 in tutto, una parte di 48 vota con “si”, un’altra parte di 48 con “no”, queste due parti si annullano aritmeticamente e decide la parte aggiuntiva di soli 4 su cento”. I 4 possono quindi imporre la loro volontà ai 48 cui si affiliano, o almeno possono impedire come gruppo di veto che questi mantengano le loro promesse elettorali, cosicché gli elettori non credano più loro e la vittoria diventi rovina. Il popolo si sente truffato e frustrato e resta per il futuro o lontano dalla votazione oppure sceglie volontariamente il male minore, una decisione che non annulla la prontezza all’azione, né per un governo né per un partito e neppure per la democrazia. Su ciò non possono ingannare le rilevazioni demoscopiche, secondo cui la maggioranza del governo, di un partito o della democrazia approva: si prende pur sempre la scheda elettorale, così come non si ricorre mai alle armi. L’entusiasmo per la democrazia e simili kala onomata manifestato dai funzionari appare artificioso, anzi ipocrita. Ad Oriente e ad Occidente siamo circondati da ipocrisia.
La Dottrina della Costituzione divenne per me il libro dei libri, le cui importanti verità non potevano essere messe in discussione. Naturalmente, non potevo prevedere quanto in tempi successivi il suo contenuto di verità si rendesse sempre di nuovo attuale, cosicché oggi sarebbe possibile un’analisi del presente in forma di commentari alla Dottrina della Costituzione. Ero ormai un “possessore del libro”. Era logico che all’incontro letterario seguisse quello personale.


3.
Berlino 1930-1931, Istituto
superiore di scienze commerciali


L’incontro personale con Carl Schmitt ebbe luogo a Berlino nell’Istituto superiore di scienze commerciali.
I. Perché Carl Schmitt andò all’Istituto superiore di scienze commerciali? – Nel 1928 Carl Schmitt lasciò l’Università di Bonn e seguì una chiamata dell’Istituto superiore di scienze commerciali in Berlino. Al momento i motivi erano per me misteriosi. Non era una retrocessione? Una strana inversione speculare del declino della Germania da Berlino a Bonn, dalla città mondiale all’apparente idillio.
In particolare ci si degrada già di per sé, quando si va dall’Università all’Istituto superiore di scienze commerciali. Io non ho mai interrogato Carl Schmitt sui motivi. Allora non era ancora consueto che i più giovani rivolgessero ai più anziani domande “penetranti”, perfino inquisitorie, in ogni caso indiscrete.
L’università di Bonn appariva allora addirittura come un centro ideale di influenza per ogni studioso, ma specialmente per Carl Schmitt. Era fra le prime del Reich. Essa aveva goduto della particolare stima della monarchia prussiana. Professori e studenti – di questi soprattutto le associazioni goliardiche venivano annoverate nell’élite. D’altro canto, il milieu protestante della Friedrich-Wilhelms-Universität non aveva nociuto – ancora non porta il nome di un marxista o antifascista – alla cattolicità della città e del distretto. Carl Schmitt vi aveva scritto opere importanti. Era circondato da uditori entusiasti, da allievi assai promettenti e da amici eminenti fra gli studiosi. Degli amici facevano parte due grandi teologi: il dogmatico cattolico Karl Eschweiler, un grande conoscitore di Aristotele, di Tommaso d’Aquino, della tarda scolastica, di Hegel e dei grandi teologi del XIX sec., Johann Adam Möhler e Matthias Josef Scheeben, autore dei Zwei Wege de neueren Theologie e di Johann Adam Möhlers Kirchenbegriff. Queste opere sono oggi poco considerate, in parte per vendetta perché Eschweiler fino alla sua morte prematura nel 1936 fu nazionalsocialista, anche se in un suo particolare modo una vendetta insensata. L’altro teologo era Erik Peterson, all’epoca ancora protestante, più tardi convertito al cattolicesimo, dopo di che i suoi lavori peggiorarono stranamente ed egli, ancora più stranamente, attaccò perfino il suo amico Carl Schmitt, specialmente la sua Teologia Politica, che egli dichiarò “liquidata”, dove in questa liquidazione è in ogni caso di durevole importanza l’uso della parola liquidazione a lui risalente.
Tre degli allievi che Carl Schmitt aveva allora divennero benemeriti ed assai apprezzati maestri di diritto: Ernst Forstoff, Ernst Rudolf Huber e Werner Weber, particolarmente degno di nota tutti protestanti, e questo non solo in un senso esteriore. Anche umanamente essi diedero ottima prova; si deve osservare a questo riguardo che il maestro non sempre rendeva ciò facile: egli era egualmente sottile negli encomi quanto nei rimproveri. Per questo altri sono falliti. Più tardi Huber si dedicò intensamente alla storia costituzionale; anche per la storia generale dell’epoca da lui esposta, in particolare per il periodo weimariano, è difficile trovare una guida più affidabile ed accurata dei sette volumi della Deutschen Verfassungsgeschichte. Da Forsthoff viene l’esatta constatazione che nella Repubblica Federale di Germania “l’issare bandiera bianca è diventato un rituale”, e dal tempo in cui lo disse (1971) è cambiato solo il fatto che entra nel godimento di questo rituale non più la sola potenza protettrice, ma tutto il mondo; un russo parlò perfino di “una latrina pubblica per tutto il mondo”. Da Werner Weber, che poteva scrivere ciò perfino nello stile del suo maestro, deriva l’altra frase secondo cui la disciplina dello stato d’emergenza della legge fondamentale sarebbe “un armamento di latta negli oscuri pericoli, con cui la Germania deve fare i conti nel suo cammino”. La frase di Weber era un’esatta descrizione non solo della situazione di allora, ma era perfino profetica in relazione alla presunta “costituzione per gli stati d’emergenza” (1), acquistata più tardi dalla socialdemocrazia a prezzo piuttosto caro – la latta ci è rimasta. Chi per esempio davanti a situazioni simili alla guerra civile oserebbe consigliare una sospensione dello pseudo diritto fondamentale alla dimostrazione neppure menzionato da quella Legge.
Perché Carl Schmitt rinunciò ad una simile sfera di influenza? La risposta consiste in una sola parola: Berlino. Non consiste invece in un’altra breve parola: denaro. La capitale della Prussia, che il cattolico Carl Schmitt venerava ardentemente, e del Reich e di questo soprattutto l’indiscutibile centro intellettuale – pur con tutta la stima per Monaco – lo attirava in modo irresistibile. Berlino era come diceva la moglie – il suo destino. L’Istituto superiore di scienze commerciali era sostenuto dall’Associazione dei commercianti berlinesi, tra cui naturalmente numerosi ebrei con il loro spiccato senso della qualità, i quali riconobbero la grande importanza di Carl Schmitt – chi vorrebbe rimproverar loro di non aver previsto il suo successivo antisemitismo, del resto soltanto di assai breve durata! L’Istituto superiore di scienze commerciali pagava magnificamente, ma significherebbe giudicare Carl Schmitt in modo del tutto sbagliato se si pensa che – come si suol dire, cogliendo nel segno – per lui il denaro avesse avuto un suo proprio idioma. Certamente, anche per lui il denaro era benvenuto: per la sua biblioteca privata, che non era stata risparmiata dai furti, per i costosi quadri di Gilles, Nay e Heldt, per la sua grande ospitalità. Se si fosse dovuto rispondere alla domanda del grande dottore della Chiesa Clemente di Alessandria “Quis dives salvetur? ”, si poteva indicare Carl Schmitt come esempio da parata. Dopo il 1945 la ricchezza lo abbandonò, ma non la sua ospitalità. Si potrebbe dire assai brevemente: l’ospitalità è salva.
Davanti ai pregi di Berlino c’era uno svantaggio sicuramente non irrilevante dell’Istituto superiore di scienze commerciali: qui gli studenti non erano giuristi, ma economisti ed aziendalisti. Ciò significava un uditorio del tutto cambiato, fra cui si potevano supporre studenti di diritto assai meno maturi di adesso: niente storia del diritto, in particolare niente diritto romano, probabilmente poco latino ed ancora meno greco, e che cosa è il diritto senza tutto questo? Così Carl Schmitt non poteva nemmeno contare su allievi, benché come prima preparasse dottorandi. Accettò tutto questo per Berlino e per la Prussia.

2. Teologia Politica. – A Berlino, all’Università io dovevo iscrivermi a lezioni ed esercitazioni con lavori scritti. Con tipica superiorità prussiana, che si manifestava anche in questo modo, provavo fondamentalmente noia per tutta quanta l’Università, fatta eccezione per la Biblioteca, ed aspettavo con ansia il momento in cui poter prendere la strada dell’Istituto superiore di scienze commerciali. Ma ancora prima dell’inizio delle lezioni mi misi allo studio di altre opere di Carl Schmitt. Non si doveva già avere uno sguardo sulla sua opera complessiva? Così presi per prima la “Teologia Politica”. A differenza della “Dottrina della Costituzione” – il cui fuoco sotterraneo io non avevo avvertito – la “Teologia Politica” era un’opera, in cui si poteva toccare con mano il suo engagement. Nella “Dottrina della Costituzione” la cattolicità dell’autore non è appariscente. Il conoscitore avrebbe potuto certamente desumerla per via della forma. Nella “Teologia Politica” invece il renouveau cattolico si mostra apertamente e splendidamente. Io credo anzi ancora di più che in “Cattolicesimo romano e forma politica”. Il sottotitolo suona: “Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità”. A partire da Erik Peterson la discussione si è interamente concentrata su parti dei due ultimi capitoli e l’asserita “liquidazione” di Peterson valeva soltanto per queste parti. Lo stesso vale naturalmente per la liquidazione della liquidazione, che si può trovare oltre che nella “Teologia Politica II” propria di Carl Schmitt, soprattutto in alcuni notevoli contributi della raccolta edita da Jacob Taubes Der Fürst dieser Welt, segnatamente nel contributo di Hubert Cancik.
Il primo capitolo porta il titolo “Definizione della sovranità”, e la prima frase, divenuta celebre, suona: “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Qui si può parlare di una frase lapidaria – un colpo di timpano. La frase “liquida” la definizione corrente della democrazia come forma di Stato della sovranità del popolo: il popolo non può decidere sullo stato di eccezione. Questa decisione è – come Carl Schmitt mette in rilievo – duplice: in primo luogo sul “se” dell’esistenza di uno stato di eccezione, in secondo luogo sul “come” delle misure da prendere per la sua rimozione; di nuovo si pensi un po’ al “diritto fondamentale” alla dimostrazione violenta. È evidente che il popolo non può prendere né la prima e meno che mai la seconda decisione; ciò può essere solo affare di singoli, di pochi.
Il secondo capitolo, “Il problema della sovranità come problema della forma giuridica e della decisione” contiene una discussione con studiosi che negano la sovranità personale; come si dice oggi, si possono dimenticare questi studiosi. La frase lapidaria è qui alla fine ed è un motto di Thomas Hobbes: Auctoritas, non veritas facit legem. Nella conversazione Carl Schmitt indicava questa frase come un’espressione di disperazione, ma la riteneva esatta riguardo al concetto moderno di legge. In fondo, non si può rinunciare alla veritas. Pilato vi rinuncia. Di fronte alla verità egli non è del tutto indifferente, se mai curioso, ma dispera della sua conoscibilità e schiva il pericolo che la ricerca della verità provoca inevitabilmente. Così è l’uomo: fondamentalmente un traditore, come disse un generale inglese. La parola Ecce homo vale anche, soprattutto per Pilato stesso. C’è tuttavia l’eccezione, e proprio nella “Teologia Politica” Carl Schmitt sottolinea la sua capitale importanza. Il terzo capitolo ripete il titolo generale: “Teologia Politica”. Come nel primo a mo’ di preludio una frase lapidaria: “Tutti i concetti pregnanti della moderna Dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati”. Si tratta qui incidentalmente del processo moderno della secolarizzazione, che più tardi Carl Schmitt in appendice al “Concetto del Politico” ha trattato in modo più dettagliato, ma in seguito si tratta dell’“identità di struttura dei concetti teologici e giuridici” (così “Teologia Politica II”, p. 22). Si può agire solo per analogie. Queste si trovano spesso nella dottrina moderna del diritto pubblico, in parte in forma banale, come nella frase retorica della “onnipotenza del legislatore”. Questa analogia è “normativistica” nel senso di Carl Schmitt, cioè deteriore. Il Credo parla di Dio come creatore, redentore e giudice, non come legislatore.
Nel quarto capitolo, “Sulla filosofia dello Stato della controrivoluzione (de Maistre, Bonald, Donoso Cortés)”, si trova la figura eminente dello spagnolo Donoso Cortés. Egli ha rappresentato in modo particolarmente espressivo i “Grandi Paralleli”: teismo, deismo, panteismo da una parte; monarchia, costituzionalismo, “repubblicanismo” oggi “democrazia” – e anarchia dall’altra parte. Carl Schmitt rinuncia ad un’esposizione più dettagliata di questi paralleli ed anche noi dobbiamo qui rinunciarvi. I successivi attacchi di Peterson contro questi paralleli erano diretti meno contro Carl Schmitt che contro Donoso Cortés. È enigmatico come il dogma della Trinità debba rendere impossibile il parallelo di monoteismo e monarchia. Un’ulteriore stranezza è che Peterson credesse lontanamente a tutto questo.
Carl Schmitt dedica la sua attenzione principalmente a qualche altra espressione di Donoso. Innanzitutto al detto “Se Dio non fosse diventato uomo, il rettile che il mio piede calpesta sarebbe meno disprezzabile dell’uomo”. Ma Dio è diventato uomo. Carl Schmitt era avversario delle proposizioni condizionali irreali negli storici. Certamente è impossibile la constatazione delle causalità senza proposizioni condizionali irreali. Ma non si può eliminare il pensiero dell’incarnazione. Se Dio non fosse diventato uomo sarebbe tutto diverso – ma cosa sarebbe, se tutto fosse diverso? E tuttavia il detto di Donoso è tanto vero quanto quello di Goya, suo conterraneo, dei Caprichos e dei Disparates. Un’idea profonda è formulata come iperbole. Le iperboli sono legittime, anche se non sono legali. Senza di esse nessuna vera retorica, senza retorica nessuna vera vita intellettuale, e neppure senza analogie, generalizzazioni, paradossi .
Carl Schmitt ricorda più oltre la definizione che Donoso dà della borghesia come “classe che discute” ed aggiunge: “E in questa direzione che essa si caratterizza, poiché in questo suo modo di fare è già implicito che vuole sottrarsi alla decisione”. Si può sollevare la questione se la borghesia come classe esista ancora oggi. Il cambiamento della parola “discussione” in “dialogo” non ha un’importanza più grande del cambiamento di nome del NKWD in KGB. Spesso oggi si evita la decisione con la motivazione che non ci sono ricette pronte e toccasana. In ciò si distinguono particolarmente gli uffici ecclesiastici, che formano una sorta di post-borghesia; di essa appunto sono caratteristiche le unioni con “post”. In questa mentalità il dialogo giuoca un ruolo simile al ricino nella vecchia medicina, che però reca quantomeno una decisione. Il dialogo diventa allora una ricetta pronta ed un toccasana. Il dialogo è la ricetta della polizia in caso di confronto con Rockers e Punks, che dal canto loro non hanno il minimo interesse a ciò. Il dialogo è la ricetta dei titolari di cariche ecclesiastiche nel confronto con il marxismo. La frase rassicurante “chi parla, non spara” resiste a numerose confutazioni della realtà.
Carl Schmitt trae Donoso fuori dalla filosofia dello Stato della controrivoluzione con l’osservazione che con lui si compie il passaggio dalla legittimità alla dittatura. Questo passaggio egli in seguito lo ha compiuto nella sua grande opera sulla “Dittatura”, la quale, poiché si rivolge più a giuristi che non a filosofi – riguarda altrettanto anche quest’ultimi – è stata stranamente poco esaminata.
Anche per Carl Schmitt la monarchia “non esisteva più” e non era da restaurare. Più tardi nella cerchia intima degli amici poneva la domanda, intesa retoricamente, “Chi è ancora per la monarchia?” ed era stupito, quando si presentavano tutti. Di rado lo vidi così sconcertato. La differenza fra monarchia e dittatura è quella della stabilità. La monarchia – come il romanista spagnolo Alvaro d’Ors ha esposto in modo convincente – è fondata sulla famiglia, dittatore può essere un individuo senza famiglia e lo è stato spesso. In ogni caso al detto di Donoso “Se la legalità basta per salvare la società, allora la legalità; ma se la dittatura è necessaria per salvarla – allora la dittatura” non si può opporre nient’altro che la raccomandazione del suicidio. Chi non si rallegra per il salvatore dal pericolo in montagna o in mare e ubbidisce alle sue direttive senza chiedere un certificato di buona condotta?
Carl Schmitt cita due grandi prognosi di Donoso. La prima – sullo scoppio della rivoluzione mondiale a Pietroburgo invece che a Londra – si è avverata. La seconda sulla lotta finale fra il cattolicesimo ed il suo nemico, il comunismo – è ancora lontana. Piuttosto si potrebbe parlare di post-cattolicesimo e di post-marxismo, ma qui non è in vista nessuna vera disputa. Nessuno sembra temere un Armageddon più di certi ministri della Chiesa cattolica. Si cerca la capitolazione: così almeno un canonista amico di Carl Schmitt, Hans Barion, spiega la situazione. Eppure una siffatta capitolazione è del tutto affrettata: il marxismo è intellettualmente finito, cosa che tuttavia nel post-cattolicesimo non è stata ancora notata. Il post-marxismo si aggira come uno spettro, certamente come uno spettro omicida. La capitolazione del post-cattolicesimo non è onorevole, ma ridicola. Pure, la prognosi di Donoso su di una lotta finale rimane esatta, e precisamente una lotta finale fra il resto ortodosso del cattolicesimo ed alcuni alleati ed un nemico che da George Orwell a Aldous Huxley cangia con molteplici colori.


4.
Istituto superiore di scienze commerciali:
Lezioni e Seminario


La lettura della “Teologia Politica”, come pure di “Romanticismo politico”, era per il semestre iniziale all’Istituto superiore di scienze commerciali tanto buona quanto irrilevante. Invece che a questa Carl Schmitt rinviava alla sua “Situazione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo”. L’Istituto superiore di scienze commerciali si trovava non lontano dall’Università, nella Berlino più vecchia, una volta in direzione di Alexanderplatz la stazione più vicina della ferrovia urbana era quella della borsa. La prossimità del castello era costituita da una piazza adeguata. Edifici e spazi erano notevolmente più semplici di quelli dell’Università. Nel vestibolo si trovavano gli annunci dei docenti. Con grafia chiara e ben leggibile, in cui l’apposizione delle minuscole m, n e u si distingueva subito dalle lettere limitrofe. Carl Schmitt annunciava una Lezione di diritto pubblico ed un Seminario di teoria dello Stato.
Per me era interessante soprattutto la Lezione. Dopo quanto detto, è chiaro che io fossi là puntuale. Secondo la mia memoria piuttosto incerta c’erano circa cinquanta uditori, fra i quali neppure uno studente universitario, cosa di cui ancora oggi sono stupefatto. Anche Carl Schmitt apparve puntuale, così ogni volta. Era di statura vistosamente piccola. Lo sapevo da un professore di economia politica, che avevo conosciuto a Londra attraverso Kramer – anch’egli un cattolico, tuttavia senza nessuna somiglianza con Kramer. Era suppergiù tutto ciò che sapeva raccontare di Carl Schmitt. Solo molto tempo più tardi udii il proverbio: “Non vi è un uomo alto che non sia anche stupido ed uno piccolo che non sia malvagio”. Simili proverbi sono unilaterali ed astiosi. In luogo della stupidità può parlarsi di larghezza di vedute, in luogo della malvagità di vigilanza. Carl Schmitt aveva occhi di un’insolita vividezza, non di quella sgradevole acutezza che si doveva notare in alcuni suoi colleghi; erano espressione di una non comune intensità di pensiero. L’intensità è la caratteristica determinante dei grandi uomini, e quindi della loro memoria, perspicacia, impegno. Nell’espressione del volto credevo di riconoscere un segreto divertimento – gioia per il gioco intellettuale? O ciò era dovuto al nervosismo di alcuni colleghi turbati dalle sue tesi? La Lezione iniziava in modo del tutto obiettivo, senza captatio benevolentia, senza le piatte spiritosaggini allora frequenti, ed anche senza quel sottotono minaccioso, che in Martin Heidegger mi aveva colpito spiacevolmente. Egli parlava senza leggere, sulla scorta di appunti appena percettibili, lasciava partecipare gli uditori allo sviluppo dei pensieri, faceva domande occasionali e si compiaceva delle risposte che lasciavano riconoscere che si seguiva il suo ragionamento. L’attenzione non veniva mai meno neppure per un istante. Non tralasciò mai il suo obbligo di insegnamento, benché fosse continuamente occupato con le pubblicazioni. Benché abbisognasse di molto sonno spesso parlava della privazione del sonno come di una crudele tortura – riusciva a far fronte ad un grosso lavoro. Allora la sua Lezione si limitava alla parte organizzativa della costituzione di Weimar; la seconda parte, quella sui diritti fondamentali, la trattò di tanto in tanto nel semestre successivo, ma allora la lasciava svolgere alla sua assistente Tula Simons, figlia dell’ex presidente della Suprema Corte del Reich, adesso signora Tula Huber-Simons moglie di Ernst Rudolf Huber.
La lezione rafforzava il mio desiderio di essere ammesso anche al seminario, che come di consueto era tenuto per una cerchia assai ristretta ed era già in pieno svolgimento. Mi riuscì con l’aiuto di un amico appena acquistato – per tutta la vita – in Berlino con la mediazione di Kramer e di nome Paul Adams. Era della Westfalia come Kramer, non però come questi della regione di Munster, ma del Sauerland come anche Carl Schmitt. Solo che il luogo di nascita di Carl Schmitt, Plettenberg, si trovava nel Sauerland industriale-protestante-brandeburghese, cioè nella diaspora, al contrario di Menden, il luogo di nascita di Adams, nel Sauerland allora agrario-cattolico-dell’elettorato di Colonia – una profonda differenza. Adams era come Kramer attivo nella berlinese Germania, ma non nella Kölnischen Volkszeitung, ed era redattore del supplemento letterario Das Neue Ufer, che aveva portato ad una considerevole tiratura, superiore a quella della Kölnische Volkszeitung. Le sue critiche teatrali facevano scalpore. Egli criticava in tutto e per tutto l’Ifigenia di Goethe, lodava invece l’Otello di Shakespeare ed assai particolarmente Antonio e Cleopatra, inoltre il Matrimonio di Gogol, e venerava le attrici, soprattutto Maria Koppenhöfer. Scrivere lo affaticava; viveva soprattutto nel dialogo puramente orale, che durava notti intere, e non diventava mai in lui un monologo, poiché faceva delle pause ed era pronto ad ascoltare. Al contrario di Kramer era scapolo e bohémien. Il dialogo aveva luogo nei Café e nei ristoranti, tra gli altri al Café Romano e nel Café di rito ebraico Dobrin allo Zoo. Era molto amico della signora Thea Sternheim, moglie del poeta Carl Sternheim, la cui casa era frequentata da molti russi in esilio; qui si parlava spesso francese. Negli incontri Adams sembrava dapprima assonnato e di malumore, ma poi diventava sciolto ed incominciava ad essere raggiante; sapeva ridere cordialmente, di un riso gradevole caldo, condito con l’ironia. Un uomo non comune, che Carl Schmitt aveva in grande stima ed al quale era facile procurarmi l’ammissione al seminario, sotto l’ovvia condizione che io mi impegnassi ad una relazione.
Il seminario aveva luogo nel tardo pomeriggio e poteva aver avuto circa venticinque partecipanti. Anche qui mancavano studenti di diritto, ma in compenso erano presenti ex allievi di Carl Schmitt, che si trovavano già nell’esercizio della professione, come Werner Weber, allora al ministero prussiano del culto, anche il più tardi professor Otto Kirchheimer, un uomo corpulento che parlava molto, c’erano anche figure dubbie, più di sinistra che di destra. Il tema era la distinzione fra Stato e società, per Carl Schmitt divenuto adesso problematico, e quindi la svolta verso lo Stato totale. Carl Schmitt era sempre all’altezza della situazione, sensibile agli incitamenti, ma anche sarcastico davanti a contributi inadatti alla discussione. Io dovevo tenere una relazione su due scritti piuttosto piccoli di un funzionario ministeriale del Württemberg di nome Wilhelm Hofacker. Era un compito molto gradevole. Hofacker era uno svevo sobrio, realista, che teneva dappertutto in considerazione la questione dei costi; aveva una buona preparazione filosofica, specialmente nella logica. Si scagliava contro il “gonfiamento del diritto”, soprattutto nei diritti fondamentali, che nella costituzione di Weimar erano disciplinati in modo verboso e confuso – la Legge Fondamentale, benché più breve, è tuttavia di gran lunga peggiore. Carl Schmitt riusciva a ricavare un certo ordine in un’indagine dettagliata e penetrante e soprattutto a distinguere i diritti fondamentali dalle garanzie istituzionali, dove si riallacciava al grande teorico francese dello Stato Maurice Hauriou (Tolosa).
Prima di ogni relazione era solito porre la domanda: “Quali sono le sue tesi?” La semplice domanda mi creava delle difficoltà, dal momento che non avevo nessuna mia propria tesi da sostenere, ma soltanto da riferire: Je ne propose rien, J’expose. Oggi non posso più dire come risolvetti quella difficoltà. Comunque, dopo la relazione la mia permanenza nel seminario era assicurata.
La relazione ebbe ancora un’ulteriore, per me lieta conseguenza: l’invito nell’abitazione privata, allora nel vecchio Hansaviertel, a nord dello Zoo, in Klopstockstrasse 48. Anche Adams era invitato. Fui là prima di lui e innanzitutto venni presentato alla signora Duschka (2) Schmitt, una serba, inizialmente allieva del marito. Credevo però di aver sentito male; infatti, il padrone di casa si rivolgeva alla moglie con il Lei. Questo era in Germania del tutto insolito e lo è anche oggi più che mai. Non potevo chiedere le ragioni di questo modo di rivolgersi. Al contrario, i vecchi prussiani anche degli strati colti non esitavano – neppure in presenza di persone, per le quali essi erano persone di riguardo – a rivolgersi alle mogli con vezzeggiativi. Carl Schmitt si atteneva sempre alla forma con il Lei. Dopo che si acquietò il nervosismo iniziale, con cui per l’ospite sono legate simili visite e che era stato accresciuto ancora dalla forma con il “Lei”, si trascorse una bella giornata, grazie specialmente alla mediazione di Adams.
Quella sola volta fui ospite in Klopstockstrasse. La signora Schmitt aspettava allora la figlia Anima, che più tardi andò sposa in Spagna. Carl Schmitt era molto affezionato alla moglie ed alla figlia. Sopravvisse ad entrambi, come pure a molti allievi ed amici. Egli continuava la sua amicizia ospitale fuori casa, nelle osterie, come quelle di Habel e di Eggebrecht nella Friedrichstadt. Era un grande amico e conoscitore del vino ed un ospitante al modo arabo, dove all’ospite si mettono in bocca di propria mano i bocconi migliori.
Nel 1931 apparve l’importante scritto “Il custode della costituzione”. Qui abbozzò il modello della democrazia presidenziale – la sola possibilità di salvare la costituzione di Weimar. Il rifiuto della democrazia parlamentare è evidente, non era nemmeno causato dal suo Geistesgeschichtliche Lage des heutigen Parlamentarismus. La debolezza per colpa propria era causa della forza dei nemici. È ridicolo accusare il nemico, quando ci si mette da se stessi nel ruolo del vinto. Insieme con il presidente del Reich Carl Schmitt rafforzava anche il cancelliere del Reich, allora Heinrich Brüning, un politico integro, l’uomo migliore del suo partito. Si poteva aver fiducia in lui, finché anche il presidente del Reich ne aveva. Carl Schmitt faceva soltanto il suo dovere, quando appoggiava l’uomo, che in mezzo alla tempesta e con il mare grosso reggeva il timone dello Stato. Questo valeva anche rispetto ai successori di Brüning. Kelsen stese un controscritto al “Custode della costituzione” del rango di un pamphlet. Con questo egli era per me, come si dice popolarmente, “fucilato come Robert Blum”. Niente mi diede occasione di rivedere la mia opinione su di lui; l’ammirazione tributatagli in tutto il mondo è per me un enigma, mysterium ineptiae.


5.
Colonia - Bonn 1931-1932


Nell’inverno 1931/32 assai malvolentieri dovetti lasciare Berlino per terminare i miei studi nella mia città natale Colonia . All’Università di Colonia non seguii lezioni di diritto pubblico ed anche per questo non udii là niente su Carl Schmitt. C’era tuttavia un eccellente corso di lezioni dell’allora libero docente, più tardi professore e segretario di Stato Karl Maria Hettlage, che ancora dopo il 1945 parlava della tendenza naturale della democrazia al suicidio – un uomo retto; ma io non avevo purtroppo tempo per il suo corso di lezioni che trattava uno speciale settore.
Era diverso all’Università di Bonn, che si poteva frequentare contemporaneamente partendo da Colonia. Erano là attivi due allievi di Carl Schmitt: il sopra citato Ernst Rudolf Huber ed Ernst Friesenhahn, il primo già libero docente, l’altro assistente di Richard Thoma, una pura personalità di studioso; alla sua morte seppi che era cattolico. Friesenhahn fu più tardi avvocato, dopo il 1945 professore e giudice costituzionale. Con Huber potevo collaborare intensamente. Rimasi con lui sempre amichevolmente legato e mi sento assai onorato per questa amicizia. Egli non era d’accordo in ogni dettaglio con Carl Schmitt, ma la sua critica era sempre rispettosa e mai astiosa.


6.
L’anno 1932


Venne l’anno 1932, un anno di grandi turbolenze, senza tener conto delle quali gli avvenimenti del 1933 sono incomprensibili. Fu un anno con tre cancellieri. A Brüning, che perse la fiducia del presidente del Reich, seguì Franz v. Papen, a questi il generale Kurt v. Schleicher. Nessuno di loro disponeva però di una maggioranza nel Reichstag; i loro provvedimenti basati sull’art. 48 comma 2 – concernente la dittatura – della costituzione del Reich, erano semplicemente “tollerati” dal Reichstag. Tolleranza, un termine farmaceutico della nostra epoca, era anche qui un eufemismo per l’impotenza. Negli oscuri pericoli, che il popolo tedesco incontrava sul suo cammino – si ricordi il motto di Werner Weber – il Parlamento non era di nessun aiuto al popolo.
Personalmente ero allora impedito e messo fuori gioco, oltre che dalla preparazione agli esami, anche da una lunga malattia, cosicché non mi accorsi affatto di importanti avvenimenti, nemmeno delle lotte di strada fra nazionalsocialisti e comunisti. In ospedale Carl Schmitt mi scrisse una lettera molto cordiale con un persuasivo accenno al valore delle settimane di ospedale per lo sviluppo morale ed intellettuale.
Appena potei leggere di nuovo, lessi Georges Bernanos, del quale conoscevo già Sous le soleil de Satan, come pure gli assai meno fortunati L’Imposture e La Joie. Bernanos era forse il solo romanziere cattolico, che godesse allora giustamente di una fama mondiale. Ora leggevo La Grande Peur des Bien-Pensant, una biografia dell’antisemita francese Edouard Drumont, a sua volta autore de La France Juive e La Fin d’un Monde. Il libro di Bernanos era di una grande forza suggestiva, anche sullo sfondo del sole di Satana. Solo più tardi riconobbi la confusione nel pensiero politico del grande visionario, soprattutto dopo sforzi disperati per capire in primo luogo i suoi Grands cimetières sous la Lune. Il libro si rivolge contro Franco, senza che si comprenda cosa propriamente gli rimproveri fatta eccezione per gli eccessi alle Baleari, da lui non causati e che dovevano essere impediti, quali purtroppo sono quasi sempre collegati con le rivoluzioni. Resta una pura supposizione, quando dico che il breve, anche se intenso – ciò che faceva, egli lo faceva intensamente – antisemitismo di Carl Schmitt, la cui Dottrina della costituzione, era ancora dedicata ad un amico ebreo caduto, era influenzato meno da Hitler che da Bernanos. Carl Schmitt ha letto almeno in parte il “Mein Kampf” di Hitler; ne cita un capitolo: “Federalismo come maschera”. Ma cosa egli ha realmente accolto? Per un ampio tratto – non dappertutto – il libro è stancante, ed in questo c’è un vigore come anche in altri noti libri, che ancora oggi trovano ampio consenso. Si sbaglia molto, se si crede che il segreto del successo consista nella chiarezza e comprensibilità. In Clemente di Alessandria si trova la frase: “Il velo è un completamento”.
Le turbolenze del 1932 raggiunsero l’apice sotto il cancellierato von Papen. Il 20 luglio 1932 – una data tre volte famosa – il presidente del Reich von Hindenburg sulla base della duplice autorizzazione del sopra citato art. 48 della costituzione di Weimar – cioè oltre che sulla dittatura anche sull’esecuzione del Reich contro un Land – insediò in Prussia un commissario del Reich, e precisamente lo stesso von Papen, e questi destituì dalle sue funzioni il governo prussiano del Land, che in seguito ad una catastrofica sconfitta elettorale non era altro che una gestione amministrativa. I provvedimenti condussero ad un processo davanti alla Suprema Corte del Deutsche Reich, al più importante fra i non numerosi processi davanti a questa Corte. Qui Carl Schmitt era uno dei rappresentanti del governo del Reich, e per l’esattezza quello maggiormente tenuto in considerazione. La sua superiore conoscenza della materia non trovava però la giusta comprensione in giudici che in prevalenza pensavano secondo princìpi totalmente civilistici: si pretendeva troppo da loro. Egli si impegnò fortemente, cosa che portò a degli scontri. La Corte prese una decisione di considerevole ingenuità: al contrario di Salomone essa divise l’oggetto della controversia, cioè il potere statale prussiano, cosicché adesso c’erano due governi del Land concorrenti. Non è facile nella giurisdizione politica trovare lo stretto sentiero fra il servilismo e l’ingenuità.
Se Carl Schmitt si mise a disposizione tanto del governo von Papen quanto in precedenza di quello di Brüning e più tardi di quello von Schleicher, ciò non era spregiudicato opportunismo, ma adempimento del dovere. In quanto studioso di diritto pubblico egli doveva appoggiare con la migliore scienza e coscienza il governo legale, che non era riconoscibile in alcun modo come un regime ingiusto. Questo non significava l’approvazione di tutti gli atti e di tutte le omissioni. Ma per i provvedimenti, che erano necessari nella situazione allora di guerra civile, doveva essere trovata una motivazione giuridica; la costituzione non può essere in contrasto con la salvezza della comunità – il primo presidente del Reich, Friedrich Ebert, aveva anzi dichiarato con grande energia, che avrebbe messo il Reich al di sopra della costituzione – quale contrasto con la tesi insensata che lo Stato sia soltanto un sistema di norme! Certamente, uno studioso di diritto pubblico può anche avere l’obbligo di mettere in guardia dalle decisioni fatali. Ma fatale sarebbe soprattutto la formulazione dell’assioma: chi mette in guardia, ha ragione. Noi ci troviamo oggi in una psicosi della messa in guardia. A quelli che mettono in guardia si deve porre la domanda: Cosa consiglia Lei? Dopo si vedrà! – Secondo Shakespeare: essi hanno fori, laddove devono essere gli occhi, “cosa che sfigura miserevolmente il viso”.
In quale misura Carl Schmitt stesse più dettagliatamente in contatto con von Papen e più tardi con von Schleicher, è fuori della mia conoscenza. Prescindendo dalla mia assenza da Berlino, difficilmente egli avrebbe parlato di ciò con me. Egli parlava con la più alta considerazione degli uomini che dalle forze armate del Reich erano giunti alle più alte cariche dello Stato: dell’allora segretario di Stato, più tardi combattente della resistenza Erwin Planck, che fu giustiziato all’inizio del 1945, figlio del celebre fisico Max Planck, da Carl Schmitt pure assai stimato; inoltre di Erich Marcks, figlio del pure famoso storico con lo stesso nome; e di Eugen Ott, originario del Württemberg, la più piccola Prussia della Germania meridionale. Entro le turbolenze di allora questi uomini formavano un baluardo di fidatezza.
La casa ospitale di Carl Schmitt restava molto aperta secondo il suo motto: “Benvenuto, buono e cattivo”. Tra gli ospiti si trovavano tanto amici quanto avversari della rivoluzione conservatrice, detta così da Armin Mohler. Il più importante era Ernst Jünger. Fra lui e Carl Schmitt esisteva un rapporto di grande ammirazione ed amicizia, anche se per nulla privo di critica. Jünger, autore delle Scogliere di marmo, la cui profezia si è adesso pienamente compiuta, era un deciso avversario del nazionalsocialismo e lo restò fermamente per tutto il tempo. Egli disprezzava Hitler.
Faceva parte dei pochi che ne erano capaci; infatti, non lo temeva. Paura e disprezzo si escludono. Oggi molti menano vanto del loro disprezzo verso Hitler; ma lo possono fare solo perché adesso nessuno ha più bisogno di temerlo. Jünger disprezzava Hitler anche quando questi si trovava allo zenit del suo potere. Inoltre, egli sapeva molto bene cosa significano dolore, persecuzione e tortura. Certamente si sarebbe potuto chiedergli: cosa propone per la salvezza della Germania? La forza di Hitler consisteva nel fatto che egli diede una risposta a questa domanda.
La rivoluzione conservatrice era eterogenea ed incapace di un’azione ed organizzazione unitaria. C’erano diversi circoli con nomi pretenziosi, che facevano sperare l’azione. C’erano vanagloriosi lanzichenecchi e, come diceva Adams, letterati lanzichenecchi. Si riconosceva che Weimar era in sfacelo e si credeva anche di poterla spuntare con Ginevra e Versailles. La prima guerra mondiale era stata persa a torto; si aveva la exceptio del tradimento. Alcuni anzi avevano già in tasca la vittoria nella seconda guerra mondiale. Anche il teologo Eschweiler credeva in una rapida risalita e temeva addirittura che si sarebbe verificata troppo rapidamente. Metteva anche in guardia dall’antisemitismo. Respingeva inoltre le tendenze violente, ma nel suo rifiuto non andava più in là di molti ebrei autocritici e non così lontano come il borgomastro cristiano-sociale di Vienna, Dr. Karl Lueger, al cui nome è ancora oggi intitolata una circonvallazione di Vienna. Era un uomo di buon cuore, che voleva darsi pensiero affinché Hitler potesse rientrare nella Chiesa, dopo che l’episcopato gli aveva mostrato la porta. Credeva alla possibilità di una collaborazione fra Hitler e Brüning. Morì il 30 settembre 1936, prima ancora degli aperti attacchi a Carl Schmitt, che certamente avrebbe portato al crollo delle sue speranze.
Nel 1932 apparvero due importanti pubblicazioni di Carl Schmitt, cioè Legalità e legittimità e la terza stesura del Concetto del politico, dapprima apparso nel 1927. Legalità e legittimità non è nient’altro che la difesa della sostanza della costituzione di Weimar, nell’ulteriore sviluppo della definizione, contenuta nella Dottrina della costituzione, della costituzione come decisione fondamentale sulla specie e la forma dell’esistenza politica di un popolo. Questa decisione fondamentale – a differenza di una singola disposizione legislativa costituzionale – non era mutabile con una modifica della costituzione. Lo scritto offriva uno strumento a difesa dei tentativi di abolizione per via “legale” del nucleo inviolabile della costituzione. Carl Schmitt metteva in guardia dalla “neutralità davanti ai valori”. La dottrina pubblicistica dominante era assiologicamente neutrale. Ciò corrispondeva al suo rifiuto di ogni “metafisica”. Ciò che spingeva Carl Schmitt era metafisica, ma una metafisica che non superava i limiti della scienza giuridica. La metafisica è un completamento essenzialmente necessario della scienza giuridica. “Chi sa soltanto la chimica, non sa bene nemmeno questa”, dice il grande aforista Georg Christoph Lichtenberg. La preposizione caratteristica per Carl Schmitt è il greco meta, il latino trans, vale per lui anche lo spagnolo plus ultra. Quando combatteva la “neutralità davanti ai valori”, allora egli aderiva in tal modo ai “valori”. Ma per il resto rifiutava sempre la parola “valore” e cadeva in una sorta di agitazione, se qualcun altro la usava. Soltanto lui poteva usarla! Allora nessuna parola gli veniva meglio in mente. La dottrina pubblicistica dominante non lo ascoltava; ma più tardi, dopo la presa del potere nazionalsocialista, gli venne rimproverato il tentativo di impedire un’assunzione “legale” del potere. “Un discorso frivolo dorme in orecchie stupide”: così dice un pungente buffone in Shakespeare. Ma il nemico non dorme.
Come tutti sanno, è spesso difficile dire quale delle numerose opere di un grande maestro sia la più grande: chi vuole dire ciò per Shakespeare? E “Re Lear”, “Macbeth” o anche la trilogia sul Re Enrico V, già principe Enrico? O come è per Herman Melville: “Moby Dick”, “Benito Cereno” o “The Encantadas”? Una siffatta decisione non è mai necessaria, ma la discussione su ciò è un bel gioco di società, che ci consente di comprendere ancora meglio i pregi delle grandi opere. Anche per Carl Schmitt si può porre la domanda sull’opera più importante. Vengono in considerazione: l’assai trascurata “Dittatura”, quindi la “Dottrina della Costituzione” in quanto unica opera sistematica e naturalmente la oggi assai esaminata “Teologia Politica”, che ha qualcosa di eccitante. Io mi decido senza esitazione per il “Concetto del Politico”.
Si tratta della distinzione di amico e nemico. Per la forma di pensiero basata sul criterio dell’amico-nemico valgono oggi tutte le possibili condanne ed anatemi; è in vista il patibolo, se non di peggio. Ma ancora qui si conferma la tesi di Carl Schmitt secondo cui le eccezioni sono più importanti del caso normale: l’eliminazione delle immagini del nemico è subito “sostituita” dalla creazione di nuove figure di nemico: ci sono sempre i nemici finali, la cui liquidazione è il presupposto di una pace in questo caso senza nemici (forse anche senza amici?).
La tesi del “Concetto del Politico” è semplice. Il politico, non è un ambito oggettivo, ma un grado di intensità, che richiede una decisione; questa decisione conduce alla distinzione di amico e nemico. Una riflessione semplice, illuminante. La distinzione di amico e nemico è diversa dalle note distinzioni dell’etica, dell’estetica, dell’economia fra bene e male, bello e brutto, utile e svantaggioso. Sulla diversità ed autonomia di questa distinzione Carl Schmitt ha più tardi richiamato l’attenzione in Der Nomos der Erde (1950), che non sarà più oggetto della nostra attuale trattazione. Basti dire che nello Jus Publicum Europaeum c’è lo iustus hostis, un nemico corretto, che non è cattivo o odioso, cosicché la guerra propriamente non scompare, ma diventa possibile la sua “salvaguardia”. Non è da aggiungere di più, ed anche questo non è nemmeno adesso da aggiungere.
L’esistenza del nemico non può essere negata. La domanda “C’è un nemico?” trova da sé la risposta. C’è dall’inizio dell’umanità. Si deve soltanto aprire la Bibbia, per esempio il terzo capitolo del Genesi,15. Già nel primo capitolo appare il caos. Chi deve aver causato questo caos? Già all’inizio della Sacra Scrittura naufraga la tesi, che il grande canonista Hans Barion – ai suoi inizi – aveva posto: la Chiesa non ha nessun nemico.


7.
Carl Schmitt un fallito?
Scienza e formazione


Nell’epoca weimariana non mancarono a Schmitt successi di stima. Ne facevano parte la grande considerazione, che incontrò il suo “Cattolicesimo romano e forma politica” – al di là della cerchia degli esperti, anzi in questa piuttosto meno –, la chiamata all’Istituto superiore di scienze commerciali in Berlino, l’intensa attività di consulenza per il governo del Reich, anche in questioni di diritto internazionale, la rappresentanza del Reich nella controversia costituzionale per la nomina di un commissario del Reich in Prussia. È folle dire che Carl Schmitt fosse un fallito. La verità non può fallire, benché oggi perfino di Gesù Cristo si dica che fosse un fallito – una grossa blasfemia!  Fallì la costituzione di Weimar, perché non si ascoltò Carl Schmitt. Mancava la sostanza politica ed anche quella intellettuale; non bastava il letteratume. Qui non potevano essere di aiuto neppure i migliori consigli di uno studioso di diritto pubblico.
Nella prefazione alla seconda edizione della “Dittatura” apparsa nel 1928 (la prima edizione è del 1921) Carl Schmitt dovette constatare che non era apparsa una critica scientifica del libro. Eppure il tema era della più grande attualità: la costituzione viveva nella e della dittatura del presidente del Reich; non c’era nessuna altra via. Come poteva quindi la dottrina del diritto pubblico di quel tempo trascurare così completamente un simile scritto? È davvero mostruoso. Una spiegazione è che la dottrina del diritto pubblico e la scienza giuridica complessivamente si compiacevano dell’autoisolamento – “pura” dottrina del diritto, nuda e vuota, inanis et vacua. Si riteneva splendido questo isolamento, ma era il contrario. Anche questo isolamento era pur sempre il fenomeno parziale di un isolamento ancora più generale: la scienza si isolava, si emancipava dalla cultura. Nel Reich del Kaiser e nella repubblica di Weimar, che non soltanto militarmente viveva dei resti dell’impero, era tuttavia ancora presente un fondo di cultura generale; il ginnasio umanistico sopravviveva ancora vigorosamente, ma questa cultura era sempre più un luogo comune e senza quella lealtà che in Carl Schmitt era così ammirevole. Si apprezzava il periodo classico, ma si sottovalutava il barocco, perfino Shakespeare e più che mai il medioevo. Anche Carl Schmitt impiegava belle e rare citazioni di Goethe, ma nei suoi confronti non era privo di critiche. Nei confronti di Schiller era troppo indulgente, benché capisse le sue falsificazioni della storia. Per Kleist aveva un debole particolare, che io potevo condividere solo riguardo alla prosa: nei suoi versi era impacciato, un balbuziente. Carl Schmitt venerava sommamente Hölderlin, del quale possedeva la magnifica edizione di Norbert v. Hellingrath. Anche nella musica egli risaliva molto indietro alla cosiddetta classicità. Conosceva rari spagnoli come Cabezón, antichi italiani fino a Paisiello, il cui “Barbiere di Siviglia” secondo la nostra opinione poteva competere senz’altro con Rossini. Era più un tipo da Händel che da Johann Sebastian Bach. Promuoveva la clavicembalista Eta Harich-Schneider, che dava concerti a lume di candela nel castello Monbijou. Nei confronti del massone Mozart si mostrava all’occasione riservato: ne aveva abbastanza della sua erotizzazione della musica. Purtroppo non mi è mai riuscito ad indurlo a fissare i suoi pensieri su Mozart.
Allo spirito del tempo di allora egli appariva troppo istruito. Cultura si, ma soltanto con moderazione. La cultura non aveva niente da cercare nella scienza. Ciò che a Carl Schmitt dava impulso, erano sciocchezze. Si poteva addurre solo ciò che era corrente, anzi trito, altrimenti ci si rendeva sospetti. Il vero studioso camminava solo nella sua scienza e non poteva aver tempo da perdere per sciocchezze. Alla fine della approfondita premessa alla prima edizione della “Dittatura” Carl Schmitt ricorda le “condizioni esterne sfavorevoli”, fra le quali doveva terminare la sua opera,

cum desertis Aganippes
vallibus esuriens migraret in atria Clio.

Una citazione rara. Chi sapeva già cosa significava Aganippe? Chi sapeva da dove veniva questa citazione? La sua conoscenza dell’antichità era fuori del comune. È noto il suo tentativo di sostituire nel famoso verso dell’Odissea "Pollon d’anthropon iden astea kai noon egno” il Noos con Nomos. La citazione egualmente nota, più esattamente nota a metà (così è quasi sempre), di Eraclito sulla guerra come padre di tutte le cose egli poteva citarla alla fine: non è soltanto padre, ma anche signore, e consiglia di riferire il “panton” non alle cose, ma agli uomini. Di Pindaro egli citava: Nomos kai bule peitesthai henos. Alla fine dell’appendice al “Concetto del Politico” si trova l’espressiva citazione: magnus ab integro saeclorum nascitur ordo. Una preferenza particolare vale per Marcus Annaeus Lucanus, il grande poeta della Pharsalia, che fu vittima di Nerone. Conosceva bene anche la patristica e citava volentieri papa Gregorio Magno con la frase “omnis potestas iusta” – qui lodo me stesso, poiché avevo richiamato la sua attenzione su questo passo. Nel Nomos della Terra egli si occupa dettagliatamente della dottrina medievale dell’Impero come Katechon, cioè come freno dell’Anticristo. Egli riteneva il passaggio dal romanico al gotico come uno dei passi più importanti nella storia dello spirito: propriamente non si permette di parlare del medioevo senza differenziazione. Qui egli si incontrava con il grande germanista Gottfried Weber, rimastogli tuttavia sconosciuto. Naturalmente conosceva Tommaso d’Aquino, ma anche Duns Scoto, ed ancora mi ricordo della gioia che gli procurava il suo motto: Non potest Probari Deum esse vivum, quia ordo hoc non concludit. Sol non vivit, bos vivit, cosa che egli non faceva certamente propria. La sua intensa occupazione con gli inglesi dell’epoca dei Tudor e degli Stuart è nota: vi appaiono Bacone da Verulamio, re Giacomo I con il suo Basilikon Doron e naturalmente Thomas Hobbes di Malmesbury. La sua conoscenza di Shakespeare non si limitava naturalmente all’Amleto, al quale ha dedicato uno studio particolare, occasionato dall’importante ricercatrice shakesperiana inglese Lilian Winstanley, la cui lettera di approvazione gli procurava una gioia particolare. Del barocco tedesco citava volentieri di J. Chr. Günther “Trost Aria” con l’inizio “Endlich bleibt nicht ewig aus” e quello successivo “Endlich macht die Sklaverei / den gefangnen Joseph frei”. Segue Klopstock con la poesia “Willkommen silberner Mond, schöner stiller Gefahrte der Nacht”, della quale egli faceva spesso cantare da giovani cantanti l’adattamento musicale di Mattheson. Del XIX sec. lo interessava il poeta contadino svizzero e parroco di campagna Jeremias Gotthelf dell’altopiano di Berna, che si era espresso sullo Stato di diritto, questo stava allo Stato cristiano come la saggina al fiore. Più oltre il suo interesse si estendeva a Stefan George ed alla sua cerchia, a R.M. Rilke, Franz Blei, ed ancor più a Theodor Däubler, ma soprattutto al poeta e mistico Conrad Weiß. L’espressionista Hugo Ball dedicò a Carl Schmitt un importante saggio. Oltre che dei teologi già ricordati questi era amico di Erich Przywara S. J. – e ciò anche dopo la seconda guerra mondiale –, ed inoltre dei dominicani tedeschi di Walberberg, che gli offrirono asilo dopo il 1945. Fra gli autori stranieri egli citava nei suoi scritti soprattutto Baudelaire e Dostojewski. Ancor più intensamente si occupava del poeta americano Hermann Melville, con la cui figura del romanzo Benito Cereno egli si era perfino identificato. Anche James Joyce e Aldous Huxley gli erano familiari, e si sentiva perfino obbligato a leggere Henry Miller, anche se – come diceva – controvoglia. Per la Germania egli scoprì, a quanto pare ancora prima del qui in sé più competente Ernst Jünger, Roger Vercel, che con “Capitaine Conan” ha scritto un eccellente libro di guerra, che purtroppo è esaurito tanto in Germania quanto in Francia. La frase iniziale suona: “En somme, on n’est bien que couché” . Carl Schmitt promosse la congeniale traduzione tedesca di Walter Hörstel, di professione da borghese avvocato.
I pittori contemporanei Gilles, Heldt e Nay sono stati già citati. Altrettanto lo occupava la pittura francese del XIX secolo, naturalmente Velàsquez con la Capitolazione di Breda, la rappresentazione completa della dottrina della salvaguardia della guerra, ma soprattutto il misterioso Hieronymus Bosch. Per lo scultore Gerhard Marcks si impegnò contro i suoi persecutori nazionalsocialisti, insieme con la signora Duschka, che non si lasciava superare per prontezza all’azione in favore del perseguitato. Era una gran ed assai buona signora, che non esitava a dare torto al marito, se ciò era necessario. Egli si piegava in tal caso al suo giudizio. Grande era la sua venerazione per le donne, ma soprattutto egli era un adoratore della Vergine Maria. I suoi ospiti serali, anche in pieno nazionalsocialismo, erano addirittura fisicamente costretti a cantare insieme il canto mariano “Meerstern, ich dich grüße”, che costituiva la conclusione delle serate, senza riguardo alla loro confessione religiosa o concezione del mondo.
Molto lo univa alla Francia, dalla canzone di Rolando attraverso i Legisti fino ad Hauriou e Roger Vercel. Il legame con la Francia gli fu mosso a rimprovero nel periodo nazionalsocialista, ma anche prima dai colleghi tedeschi; si cercava di squalificarlo in quanto “cattolico romano” anche negli ultimi tempi negli ambienti universitari era un rimprovero assai diffuso. In effetti, lo stretto legame con la Francia era un pregio importante, senza alcun sacrificio della patria. Senza l’elemento francese-lotoringio nella sua mentalità, di cui fanno parte il suo senso della forma ed il suo sentimento della qualità, egli non sarebbe stato Carl Schmitt. “Sia lodato il gallo!”.


8.
Cosa consiglia Lei?


“Grande fu e terribile l’anno millenovecentodiciotto dopo Cristo”: sono le parole introduttive del grande romanzo di Michail Bulgakow La guardia bianca, che purtroppo resta indietro a Il maestro e Margherita. Similmente può dirsi dell’anno millenovecentotrentatrè: risposta all’anno già prima indicato: grande nelle sue promesse, terribile nelle sue conseguenze. Alle promesse seguirono per il momento gli adempimenti, a questi l’euforia, a questa la hybris, a questa – proprio inevitabilmente – la catastrofe. Alcuni dei nostri viri gravissimi maledicono il giorno della nomina di Adolf Hitler a cancelliere del Reich come Giobbe il giorno della sua nascita. Tuttavia, cosa avrebbe dovuto fare il presidente del Reich von Hindenburg, che è incorso nella damnatio memoriae?
Una critica puramente negativa si può smascherare con la domanda: cosa consiglia Lei? Più di cinque decenni dalla presa del potere non hanno portato nessuna chiara risposta. Se neppure nella comoda visione retrospettiva c’è una siffatta risposta, la critica a Hindenburg – e non soltanto a lui – è poco seria; piuttosto essa avrebbe dovuto concentrarsi su quelli che avevano portato Hindenburg nella sua situazione senza via di uscita, salvo poi riaffiorare “con un audace nuoto sott’acqua” dalla parte dei vincitori e giudici che scrivono la storia.
Si offriva come alternativa: il passaggio alla dittatura delle Forze Armate, pensato dapprima come provvisorio, ma con una tendenza immanente al definitivo, un’impresa spericolata. La Reichswehr avrebbe dovuto aspettarsi una guerra civile con due fronti verso nazionalsocialisti e comunisti, che insieme rappresentavano la maggioranza del popolo tedesco e che avevano già collaborato nello sciopero della Società berlinese dei trasporti ed avevano anche un’esperienza fresca di guerra civile. Avrebbe combattuto moralmente con le spalle al muro; c’era anche al suo interno della simpatia per il nazionalsocialismo. La truppa doveva sparare sulla “armata nazionale del popolo”, come le SA potevano chiamarsi? Queste riflessioni si imponevano. Hindenburg aveva già consumato tre governi presidenziali; anche von Schleicher, prima ancora delle sue dimissioni, era naufragato con il progetto di “fronte trasversale” (Querfront) – coalizione con i sindacati –. La fiaba non permette mai più di tre tentativi, e nella fiaba c’è più verità che nella scienza, specialmente nella storia contemporanea. Una guerra civile incombente minacciava da vicino come pericolo concreto, la seconda guerra mondiale minacciava – malgrado il cozzare di sciabole di gente senza sciabola – soltanto da lontano come, per così dire, un pericolo astratto. Comunemente si preferiscono i pericoli lontani a quelli che sovrastano immediatamente. C’erano degli ammonitori; ma anche questi, situati perfino in posizioni di responsabilità, non si sarebbero decisi per la soluzione della guerra civile?
Nella sua eccellente esposizione del nazionalsocialismo Ernst Nolte dice che nel 1933 non era esistito il pericolo di una sollevazione comunista (3) di fronte alla quale forze consistenti della borghesia e del mondo contadino cercavano protezione nel nazionalsocialismo. Anche se si concorda su ciò – nonostante la domenica di sangue ad Altona il 17 luglio 1932 (4) – si può porre la domanda cosa sarebbe stato se non fosse affatto esistito Hitler? Come metterla allora con quelle parti della gioventù tedesca, dei disoccupati, dei ceti medi e perfino dei ceti abbienti che puntavano su Hitler? Da Ludin a Scheringer, la strada era breve (5). Soltanto i comunisti avevano allora un’ideologia militante, che consentiva loro di promettere una svolta. Già nel 1933 non sarebbe allora caduto vittima del comunismo tutto il Reich, e non solo una parte come era fino a quel momento, non senza guerra civile, con ecatombi di sacrifici cruenti e distruzioni? Una domanda inammissibile! Detto con Fritz Reuter, laddove descrive una partita di boston: “È ciò detto, se chiedo soltanto?”.
Se dunque al presidente del Reich secondo il suo modo di vedere, che lo storico deve esaminare, l’alternativa alla nomina di Hitler parve ancora più pericolosa della nomina stessa, allora egli poteva ritenere adempimento del suo dovere se dopo lunga riluttanza si decise per la nomina. Sentimento del dovere come fatalità! Non del tutto raro nella storia.


9.
Carl Schmitt, il nuovo compagno di partito


Il 30 gennaio 1933 Carl Schmitt era già a Berlino, io invece a Colonia a caccia di ripresa per l’esame di procuratore. Sentivo la presa del potere della NSDAP, che si mostrava in modo assai vistoso – trasmissioni radiofoniche e marce di trionfo –, essenzialmente solo come un disturbo alla preparazione dell’esame.
Carl Schmitt era fondamentalmente più vicino alla Reichswehr che non alla NSDAP ed avrebbe sicuramente preferito una dittatura grigia ad una bruna, ma doveva fare i conti con quest’ultima e ad essa rassegnarsi. Anche avvenimenti che ci aspettavamo come possibili, anzi verosimili, possono toccarci con inaudita violenza, se poi sopraggiungono realmente. Così fu per Carl Schmitt.
In primavera lo incontrai per caso, e precisamente, se non sbaglio, per strada a Colonia. La sua raccomandazione di entrare nel partito era così energica che valeva per me come un ordine; questo tuttavia risultava irrealizzabile, davanti allo sbarramento di partito nel frattempo proclamato. Egli stesso fu ammesso nel partito il 1° maggio; il gran numero delle nuove ammissioni fu pure datato unitariamente su questo giorno. Ai nuovi compagni di partito non si spargevano palme. Hitler stesso parlò una volta dell’ “annata 1933 non particolarmente messa al bando nel movimento”. C’era inoltre un canto: “Im Jahre dreiunddreißig, da war der Kampf vorbei, da kamen ganz allmählich, es war ja nicht gefährlich, die Märzgefallenen herbei...” 6). Questo canto era ufficialmente proibito, ed il divieto era talvolta anche perseguito. Tuttavia, non era da disconoscere che i nuovi compagni di partito da un lato dovevano dar buona prova di sé, dall’altro contenersi. D’altro canto, la considerazione del partito veniva accresciuta visibilmente dalle adesioni di personalità eminenti: “il più celebre filosofo, il più brillante giurista, il più noto lirico... essi si mettevano di fronte alla nazione e spiegavano ai loro ascoltatori il senso della rivoluzione nazionale” (7) Heidegger, Carl Schmitt e Gottfried Benn – erano questi soltanto quelli indicati da Ernst Nolte, soltanto “le stelle del distretto di Vienna” che per il conte Bobby (8) luccicavano nel cielo stellato. La stima negli inizi entusiastici era reciproca, ma più tardi accadde diversamente, dopo l’uscita dall’ubriacatura, e si poteva ricordare il passo della scena del ballo in maschera nel Don Giovanni: “Si, l’inizio era divertente e splendido; ma il finale sarà terribile”. Dal momento che fu vano l’avvertimento “Zerlina, giudizio!”.
Il più brillante giurista aveva già servito il suo imperatore. Adesso serviva il presidente del Reich in quanto supremo capo dello Stato repubblicano, e quindi anche i suoi cancellieri, e quindi – come si può tranquillamente dire – il popolo. Il motto “io non posso essere il servitore del principe” testimonia di un forte pathos, ma di una debole riflessione; nel principe si serve il popolo. Di chi si vuol essere altrimenti servitori? In questo senso Carl Schmitt aveva difeso il Preußenschlag del 20 luglio 1932 davanti alla Corte Suprema del Reich, per la quale tuttavia la domenica di sangue in Altona non era costata abbastanza sangue. In questo senso Carl Schmitt aveva difeso anche in “Legalità e legittimità” la sostanza della costituzione di Weimar contro quelli che volevano abolirla per via legale ed in ciò trovavano appoggio nella dottrina dello Stato dominante; essi ponevano la singola disposizione costituzionale sopra il tutto della decisione costituzionale, così come pure tanto spesso delle piccolezze apparivano più importanti dell’essenziale. Di grande influenza sulla resistenza di Carl Schmitt avant la lettre avrebbe potuto essere il rifiuto conseguente del nazionalsocialismo da parte di Ernst Jünger, al quale soprattutto dispiaceva in sommo grado la sua volgarità.
Appoggiare il governo legale è nel caso normale dovere di ogni cittadino dello Stato, senza pregiudizio del diritto ad una leale opposizione. Da ciò non è esentato neppure il docente di un istituto superiore universitario. Se l’appoggio può consistere naturalmente anche nell’ammonimento e nella dissuasione, non può tuttavia esaurirsi in ciò. Non tutti i docenti di istituti superiori riconobbero questo loro dovere, altrettanto poco quanto adempivano ai loro obblighi di insegnamento: essi facevano poco, per trasmettere ai loro ascoltatori la materia giuridica in un modo accettabile. Se ora Carl Schmitt appoggiava il nuovo governo di Hitler nominato dal presidente del Reich, egli con questo non faceva certamente con ribrezzo ciò che il dovere imponeva. Molte circostanze facilitavano la sua decisione. C’era innanzitutto l’impressione schiacciante della forza enorme, che Hitler mostrava. Altri uomini gli facevano impressione; così Göring, che egli una volta indicò come “dio della guerra”. Infine, neppure Carl Schmitt era immune dall’ambizione, e non era da biasimare se aspirava al riconoscimento corrispondente al suo rango intellettuale, anche se la rinuncia a ciò come atto di ascesi può stare ancora più in alto. Agli obiettivi di Hitler che erano in primo piano egli poteva aderire a squarciagola. Il rafforzamento del potere del Reich fu pure salutato tanto bene quanto generalmente, così anche da Gerhard Anschütz, a suo modo il grande commentatore della costituzione di Weimar, un autentico liberale, tuttavia anche un positivista.
Carl Schmitt ha riunito più tardi un gran numero di suoi lavori sotto il titolo “Posizioni e concetti in lotta con Weimar, Ginevra, Versailles 1923-1939”. La lotta contro Versailles doveva trovare in Germania una generale approvazione; in parecchi degli scritti più piccoli di Carl Schmitt divampa la fiamma dell’indignazione per il trattamento di un popolo valoroso nel trattato di pace e nella sua esecuzione – una tale indignazione, che afferra pure il lettore dell’esposizione del tutto oggettiva della storia costituzionale tedesca di Ernst Rudolf Huber, può aver avuto luogo anche parecchio tempo fa ed essere ancora di gran lunga superata dall’infame trattamento dei soldati della seconda guerra mondiale da parte dell’opinione pubblicata, che si spaccia per voce del popolo. La lotta contro Ginevra egualmente trovava ampia e giustificata adesione, anche se non in tutti i colleghi e nemmeno nei seguaci liberali di Stresemann.
Il mondo vuole essere truffato, vale a dire essere allontanato dalla realtà mediante illusioni, utopie e idoli. E Weimar? Finché una costituzione è in vigore, si deve vivere con essa e trovare le vie per un’interpretazione sensata e conforme alla situazione, cosa che è spesso possibile ad una trattazione approfondita ed a Carl Schmitt riusciva straordinariamente. Egli aveva offerto a Weimar tutte le possibilità che può offrire il diritto pubblico; ma, poiché esse erano rimaste inutilizzate, niente era più di ostacolo ad una critica radicale. Era impossibile che un cattolico ortodosso amasse questa costituzione, come ad esempio si può amare il diritto del Land prussiano ed il code civil, per tacere del tutto del codice sassone o delle Siete Partidas di Alfonso il dotto di Castiglia. Egli poteva considerare questa costituzione e lo Stato che vi apparteneva come il minus malum rispetto ad una repubblica sovietica ed anche ai trattamenti pregiudizievoli ed ingiusti, ai quali era esposto il cattolicesimo in ampi settori del Reich bismarckiano, cosa che non era assolutamente nelle intenzioni dello stesso Bismarck e nemmeno del re Federico Guglielmo IV di Prussia, che continuò la costruzione del duomo di Colonia. Del resto, la lotta contro Weimar significava soprattutto la lotta contro quelli che avevano fallito nella realizzazione, per cui si doveva biasimare soltanto l’autoeliminazione del Reichstag.
Il governo nazionalsocialista poteva guidare la lotta contro Versailles e Ginevra con forza incomparabilmente più grande della debole Weimar ed anche di quanto lo avrebbe potuto fare una dittatura della Reichswehr. In questo Carl Schmitt poteva appoggiarlo con la migliore coscienza, e questo era un lavoro, che dava grande soddisfazione. In queste circostanze l’entrata nel partito non era da evitare. Tuttavia una decisione in sé logica non è sempre anche una decisione facile. L’appartenenza ad un partito totalitario comportava intanto una perdita di tempo per manifestazioni obbligatorie di ogni specie. Inoltre, si poteva essere considerati per incarichi privi di senso, le cosiddette “Chalture”, ossia lavori fittizi, con cui i carrieristi vogliono mettersi in mostra. I fratelli Iwan e Boris Solonewitsch hanno descritto dall’Unione Sovietica siffatte “Chalture” nei loro racconti apparsi in Germania nel 1938. Uno di questi racconti ha per sottotitolo “Cronaca di una sofferenza indicibile”, ed il lettore tedesco si considerava allora fortunato di essere da Hitler protetto da una siffatta sofferenza. Per Carl Schmitt era necessario adattarsi ad una cerchia nuova ed insolita. Se come outsider si era esposti a equivoci, interpretazioni erronee, sospetti, ci si doveva aspettare sfiducia, gelosia, invidia. Anzi odio allo stato puro. Uomini come Carl Schmitt per esperienza trovano un odio del tutto irrazionale, un odio per così dire senza motivo, di gran lunga meno comprensibile dell’odio di quelli che a ragione o a torto facevano risalire a lui svantaggi e persecuzioni. “Quanto di male fanno gli uomini, sopravvive loro”, dice Marc’Antonio nella celebre orazione funebre per Giulio Cesare. L’odio è sopravvissuto a Carl Schmitt. Ma il bene non può essere sotterrato con lui. Infine – e per giunta anche questo – egli era un cattolico e come tale subito riconoscibile. Partendo da una visione retrospettiva si potrebbe essere portati a considerare giusto il riserbo in una situazione simile. Ma nella sua posizione era difficile, se non impossibile, vivere nascosto, in stretta limitazione alla ricerca ed all’insegnamento.
Insieme con Carl Schmitt aderirono al movimento la maggiore parte dei suoi amici e discepoli. Nel modo più forte era entusiasta di Hitler e del nazionalsocialismo il grande teologo Carl Eschweiler, professore di dogmatica in Braunsberg nella Prussia orientale. Addirittura egli si presentava ostentatamente in uniforme di partito. Carl Schmitt in uniforme di partito lo vidi una volta sola; era di un intenso marrone scuro, piacevolmente diverso dalla divisa fagiano dorato (9) dei funzionari, che verso la fine della guerra diventava sempre più odiosa. Io non ebbi l’impressione che Carl Schmitt si sentisse particolarmente bene nella sua uniforme. Per il nazionalsocialismo si entusiasmò all’inizio anche il mio amico Paul Adams (10) con un’aspra critica all’episcopato, che si era mantenuto troppo strettamente riservato secondo la sua visione degli interessi nazionali e si era limitato a moniti e scongiuri. Da solo rifiutò il nazionalsocialismo fin dall’inizio Franz Kramer (11), il mio Virgilio nel renouveau catholique. Al mio argomento, che ora ci fosse di nuovo un forte Stato, egli obiettava: “All’errore non auguro la forza!” Mi riuscì di combinare una conversazione fra lui e Carl Schmitt. Benché fosse condotta con la più grande cortesia e rispetto reciproco, non portò tuttavia a nessun avvicinamento dei punti di vista; a me stesso suscitò una certa riflessività, ma non di più. L’influenza di Carl Schmitt e degli altri prevalse.


10.
Collaborazione nella legislazione


Già prima dell’ammissione nella NSDAP Carl Schmitt era stato chiamato a collaborare in importanti progetti legislativi. La collaborazione alla Reichstatthaltergesetz del 7 aprile 1933 trovò ripercussione letteraria in una concisa spiegazione all’edizione del testo da lui pubblicato. La legge mostra chiaramente il suo stile. Si tratta del rapporto fra Reich e Länder, specialmente del rapporto fra il Reich e la Prussia, che era affetto da un fatale doppio potere, dal dualismo di due governi, in ultimo perfino di tendenze assai differenti. Questo problema era già stato per Brüning un cauchemar. Nel “Per chi suona la campana?” di Ernest Hemingway si dice una volta: “Così farei, e così non si può fare”. Sotto il nazionalsocialismo divenne fattibile molto, anche di buono, di ciò che prima non si era potuto fare. È folle la svalutazione di prestazioni e successi indiscutibili con l’argomento che i piani sarebbero stati già prima approntati, per così dire nel cassetto. I cassetti dovevano aprirsi soltanto con un considerevole impiego della forza come fossero stati chiusi da entità demoniache intermedie – della specie dei trolls nordici –, e solo il nazionalsocialismo aveva la forza e possedeva il segreto per aprirli. Le spiegazioni di Carl Schmitt riguardanti la Reichstatthaltergesetz devono essere indicate malgrado la banalità dell’espressione come un pezzo raro; è deplorevole per i rappresentanti delle scienze dello spirito, ai quali possono qui – anche se non debbono – sfuggire le finezze giuridiche. Molto più tardi Carl Schmitt darà un altro simile piccolo capolavoro con il parere “Attuazione della costituzione nello Stato di diritto” reso alle ferriere Buderus (12). Nell’anno 1933 lavorava inoltre anche alla riforma del diritto costituzionale dei comuni (13), benché non fosse interessato al diritto amministrativo, ed in particolare al diritto comunale, così fortemente come i suoi discepoli Weber, Huber e Forsthoff. E collaborava anche alla riforma degli studi giuridici e degli istituti superiori universitari. I1 tentativo di apprezzare Carl Schmitt senza conoscenza dei suoi lavori specificamente giuridici, anche se per nulla “puramente” giuridici, corre allo stesso modo di un apprezzamento di Mozart senza conoscenza delle sue arie concertate o di Beethoven senza conoscenza delle sue sonate per violino.


11.
Carl Schmitt a Colonia


Nel semestre estivo del 1933 Carl Schmitt si trasferì a Colonia. La chiamata all’Università di Colonia fu fatta ed accettata già prima della presa del potere. Non era ben messo il diritto pubblico a Colonia, a differenza del diritto privato, nel quale Hans Carl Nipperdey (14) dopo la guerra presidente del tribunale federale del lavoro, giunse ad un’alta considerazione. Certamente Kelsen era pur sempre, a ragione o a torto, uno studioso di fama mondiale, ma degli altri non ci si può soltanto dimenticare – essi sono anche dimenticati, ad eccezione di Karl Maria Hettlage, che però allora, come libero docente, si trovava appena agli inizi.
Nella ricerca dell’abitazione, che sicuramente era di competenza della signora Duschka, io cercai di essere utile, ma come era difficile aspettarsi diversamente, senza successo. Avevo pensato al sobborgo di Müngersdorf situato all’estremo limite occidentale di Colonia, dove abitavano alcuni artisti in un ambiente agreste e ricco di giardini. Ma Carl Schmitt e sua moglie si decisero per Lindenthal, situato nel Sud più lontano, in effetti un sobborgo particolarmente bello, con il Lindenthal verde intorno al bosco comunale e con il Lindenthal movimentato intorno alla Dürener Straße ed anche al Lindenthalgürtel in quanto strade attraenti di negozi.
La casa in Pfarriusstraße 6, una strada breve, assai tranquilla, che conduceva dritto nel bosco comunale, fu in poco tempo di nuovo un centro di ospitalità. Dal gran numero degli ospiti posso ricordarne rapidamente solo due. Innanzitutto c’era Albrecht Erich Günther, figlio della scrittrice Agnes Günther, autrice di un romanzo assai letto, Die Heilige und ihr Narr, giovane socio del simpaticissimo Wilhelm Stapel nella direzione del mensile Deutsches Volkstum, a cui anche Carl Schmitt diede contributi. Egli guidava un gruppo di giovani e voleva “condurre” la gioventù “verso il nuovo Stato”, cosa di cui però questo non credeva di aver affatto bisogno. Anche Veit Roßkopf purtroppo posso ricordarlo solo brevemente: non solo un vecchio, ma anche un autentico lottatore al modo bavarese, grande conoscitore ed ammiratore tanto dell’antica poesia germanica quanto di Hölderlin e Konrad Weiß – per questo assai stimato da Carl Schmitt – era anche d’aiuto in modo commovente ai nuovi compagni di partito come Paul Adams difficile da collocare.
Dettagliatamente si devono ricordare Heinrich Oberheid e Hans Barion. Oberheid era allora Sturmführer delle SA nella particolarmente rossa Hamborn, la città vicina alla sua città natale Mühlheim-Ruhr, che egli esaltava segnatamente fra tutte le città del territorio della Ruhr. Egli era al tempo stesso pastore evangelico e divenne più tardi vescovo di Colonia-Aquisgrana. Una fama leggendaria di combattente corpo a corpo nella prima guerra mondiale lo precedeva, ma egli non ne fece mai scalpore; come Ernst Jünger era nato nel 1895. Certamente era ricco di espressioni immaginose proprie del linguaggio dei soldati. Alla mia domanda se avesse combattuto con il coltello come il Capitaine Conan di Roger Vercel, rispondeva che la sua arma era stata la vanga temprata tre volte nel fuoco. Dopo la prima guerra mondiale era stato per qualche tempo guardia del corpo di Hugo Stinnes, fece poi anche l’imprenditore e divenne grande conoscitore dell’essenza della corruzione, che si deve necessariamente conoscere, se si vuole arrivare a capo di qualcosa in paesi, dove la corruzione è dominante. Vivere significa in misura rilevante anche corrompere bene. Dopo la seconda guerra mondiale, che gli portò innanzitutto una prigionia per lui insopportabile, lavorò con successo nella ditta Coutinho, Caro & Comp. Antisemita non lo era mai stato, e nel 1934 usciva già dal partito. Era uno degli uomini più buoni che abbia mai conosciuto, di assoluta fidatezza ed immutabile fedeltà, tanto verso Carl Schmitt quanto anche – cosa che era più difficile – verso me stesso.
E poi il canonista Hans Barion, a quel tempo ancora libero docente, più tardi ordinario a Braunsberg, cioè insieme con Carl Eschweiler, che di certo lo disponeva benevolmente in favore del nazionalsocialismo, anche se non con eguale passione. Barion era oltremodo critico nei confronti della politica ecclesiastica dei titolari delle alte cariche ecclesiastiche e contro di essa difendeva i diritti dello Stato. Dopo il Vaticano II la sua critica si estese ancora assai oltre. Barion era tanto un causer spiritoso e affascinante quanto uno studioso solido, che badava molto all’esattezza. Alla capacità di un sarcasmo pungente si univa il lui il dono delle lacrime, cosa che può sorprendere, ma che non è per nulla insolita. Tuttavia egli poteva essere molto offensivo, non solo per cattiveria, ma anche per una ingenuità da teologo non rara da incontrare. Benché egli insieme con Paul Adams sostenesse in fondo la stessa concezione, si giunse fra i due – dal momento che anche Adams poteva essere molto cattivo – ad una disputa violenta, nella quale io non potevo dare ragione a nessuno dei due. Per i comuni amici queste dispute sono assai spiacevoli. Anch’io una volta andai in forte collera verso Barion. Oberheid riuscì a comporre la disputa con la motivazione irrazionale, ma convincente, che egli era il migliore soldato di noi tre. Malgrado il grande dissidio, si potrebbe dire complementarietà di carattere, anzi piuttosto proprio per questo, Oberheid e Barion erano in certo qual modo inseparabili. Nella fedeltà erano d’accordo: così anche Barion serbava immutabile fedeltà a Carl Schmitt, alla cui festa di compleanno era sopraffatto dall’emozione. Ma soprattutto egli restava attaccato alla sua fede ed al suo giuramento antimodernista. Da questa fedeltà trassero origine due dei suoi più importanti lavori: una critica della dottrina sociale del Vaticano II dal titolo “L’utopia conciliare” – il titolo tocca il nervo di molte comunicazioni ecclesiastiche inclusa la carta della pace dei vescovi tedeschi – e la conferenza da lui non più rielaborata “Compito e posizione della teologia cattolica nel presente”, tutte e due pubblicate nella raccolta di articoli Kirche und Kirchenrecht munita di un’eccellente introduzione ed edita da Werner Böckenförde.
Sotto l’assillo della preparazione dell’esame non potevo più seguire a Colonia il corso di lezioni di diritto pubblico tenuto da Carl Schmitt. Ricordo che trattava la dottrina classica dei tre elementi dello Stato: il popolo, il territorio ed il potere dello Stato. Da ciò sviluppò la triade sostanziale di sangue, suolo e guida politica. Al suo seminario partecipavo regolarmente. Fra i partecipanti c’erano anche studenti della facoltà di filosofia, uno di essi di nome Adam, dalla cui famiglia proviene l’eminente giornalista Konrad Adam. Nel seminario veniva sviluppata la tesi secondo cui l’elezione al Reichstag – che era imminente il 12 novembre 1933, in cui con l’elezione era legata la votazione sull’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni – non era, come Carl Schmitt sulle prime aveva detto, una opzione, ma un appello.
Quest’ultimo pensiero si trova di nuovo nello scritto apparso ancora nel 1933 Stato, movimento, popolo, nella sua più ampia pubblicazione maggiormente improntata di entusiasmo nazionalsocialista. Qui egli rifiuta di ricondurre la legittimità dello Stato nazionalsocialista alla cosiddetta legge dei pieni poteri del 23 marzo 1933, che secondo lui era una costituzione provvisoria del nuovo Stato: “Ciò che è vivo non può legittimarsi con ciò che è morto, e la forza non ha bisogno di legittimarsi con la debolezza”. Alla prima parte di questa frase si può acconsentire, quando ciò che è morto è anche realmente morto in senso morale e spirituale, “morto come un chiodo della porta”. Se si prescinde da ciò, deve allora dirsi: ciò che è vivo può legittimarsi soltanto su ciò che è morto. L’idea fondamentale dello scritto è la tripartizione dell’unità politica in tre “serie di ordinamento”. L’elemento dominante è il “movimento che regge lo Stato ed il popolo”. Stato: sono la burocrazia e l’esercito, entrambi sorretti dal movimento, quindi ad esso subordinati. Una volta era stata portatrice dello Stato la burocrazia fredericiana: adesso ciò non poteva più essere, dopo che era stata al servizio della repubblica allo stesso modo che della monarchia, ma adesso non poteva stare a disposizione anche del regime nazionalsocialista. Nemmeno la Reichswehr, che era ancora stata dietro il Preußenschlag, poteva più assumere il ruolo di portatore dello Stato, benché Carl Schmitt possa avere ciò sperato fino al 30 gennaio 1933. Da Clausewitz, il più grande prosatore tedesco del XIX secolo, quindi a Hitler, che per l’appunto apprezzava Clausewitz, ma purtroppo peggio di don Chisciotte era corrotto da letture autodidattiche di cattivi libri – quale sviluppo! Il popolo era costituito in corporazioni, ed è ciò che più tardi è stato indicato come “società strutturata”. Delle corporazioni faceva parte anche il ceto dei giuristi tedeschi sotto Hans Frank II in quanto “guida del diritto del Reich” titolo superbo! – rimasto senza ministero e amico di Carl Schmitt. Frank era tuttavia di aiuto nell’abolizione delle condizioni indegne nel “campeggio formativo Hanns Kerrl” in Jüterborg – da Carl Schmitt salutato con entusiasmo – istituito da Hanns Kerrl, piccolo borghese inselvatichito, divenuto ministro prussiano della giustizia.
Il movimento era pensato da Carl Schmitt come un elemento dinamico e come una sorta di depositario della concezione nazionalsocialista. Ma esso non era l’élite, che lui aveva allora in mente. Il ruolo dell’élite doveva assumerlo più tardi la SS, un imperium a se stante entro il Terzo Reich, varia sorte laetum rei publicae aut atrox, come diceva Tacito, e come pure per Carl Schmitt. Per quanto concerneva il partito, le volpi erano già in avanzata rispetto ai leoni: aspiravano alla crescita ed erano più nazionalsocialiste nel saper trarre le conseguenze di molti vecchi combattenti bonari e pronti a bere un bicchiere, che ora non potevano più distinguersi nella lotta. L’embonpoint si diffondeva, e dopo l’annessione dell’Austria e l’emanazione della legge pantedesca sul matrimonio – strano fatto secondario di questa annessione di un paese cattolico – molti mariti si emanciparono dalle loro mogli divenute vecchie con il pretesto di voler contrarre un nuovo matrimonio pregevole dal punto di vista etnico.


12.
Riconoscimenti


Ai più alti gradi del Movimento Göring fu certamente il solo che riconobbe l’importanza di Carl Schmitt; la riconobbe certamente in modo ancora più chiaro di Frank, che non è da annoverare in maggior misura fra i più alti ranghi e del quale avevo talvolta l’impressione che vedesse in Carl Schmitt soprattutto il conversatore divertente. Che Hitler stesso abbia mai preso nota di Carl Schmitt mi è ignoto. Göring nominò Carl Schmitt membro del Consiglio di Stato prussiano da lui fondato nel luglio 1933, e così d’ora in poi Carl Schmitt poté farsi chiamare Consigliere di Stato: si pensi qui ai titoli di Nardak e Glumgluff nei “Viaggi di Gulliver”. Questo era quasi tutto! Epperò il titolo permise quantomeno a Göring di opporsi agli attacchi dello Schwarzes Korps a Carl Schmitt verso la fine del 1936 e di proteggerlo dagli attacchi ulteriori in epoca nazionalsocialista: una riabilitazione piena non poteva farla ottenere neppure Göring. Qualunque cosa possa dirsi contro Göring – egli ha appianato molto con il suo ammirevole contegno nel processo contro i principali criminali di guerra davanti al tribunale militare internazionale e con la sua morte –, non gli si può negare un certo sentimento della qualità. Egli pure, per la sua origine e come pilota da caccia nella prima guerra mondiale, non era insensibile all’onore. Infine era immune dall’ideologia anticristiana che penetrava nel partito in modo sempre più forte ed esprimeva ciò pure inequivocabilmente, per esempio al battesimo della figlia Edda.

Per Carl Schmitt al riconoscimento personale mediante la nomina al Consiglio di Stato si aggiunse ancora la conferma impressionante della sua efficacia nella lotta contro Ginevra e Versailles. Il 19 ottobre 1933 Hitler dichiarò l’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni, la cui nullità – “peggio che nulla” – Carl Schmitt aveva dimostrato soprattutto nel “Problema di fondo della Società delle Nazioni”. Il contenuto del capitolo conclusivo egli lo aveva riassunto in forma di lemma nel modo seguente: “Il peculiare pericolo di un’assenza di princìpi assunta come principio: il duplice volto della Lega di Ginevra: nei confronti degli Stati deboli una Lega piena di pretese, nei confronti degli Stati forti un ufficio servizievole”. Allora, nel 1926, la Società delle Nazioni si lasciava ‘deridere nelle note dell’Unione Sovietica ed indicare come cosiddetta Società delle Nazioni. Essa sopportò in silenzio tutte queste offese e diede in tal modo a conoscere che non le sarebbe stato affatto gradito discutere la questione se la Società ginevrina delle Nazioni avesse un proprio onore”. Né gli USA né l’Unione Sovietica erano allora membri della Società delle Nazioni; quelli che davano il tono erano i vincitori europei della prima guerra mondiale. Ciò è oggi stesso diventato inconcepibile. Oggi USA e URSS sono membri dell’ONU, anche se con diverso peso. Gli USA finanziano; essi pagano in questo modo il loro diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza; essi ottengono la ricevuta in forma di insulti. Comune alle due organizzazioni della pace mondiale è l’ipocrisia, la simulazione, L’inefficienza.

Fraudis versutias compellor experiri
Per quas nequitia vestra solet mentiri

Hitler avrebbe potuto citare il Ludus de Antichristo nel suo discorso di grande effetto in occasione dell’uscita dalla Società delle Nazioni. L’affermazione di Carl Schmitt sul pericolo derivante da un’assenza di princìpi assunta come principio è oggi importante anche con riferimento alla politica interna; altrettanto la sua osservazione che l’opinione pubblica, anche quando si basa sul completo inganno, può essere in date circostanze più importante di un’esatta interpretazione giuridica. Si insegna e si dimostra invano: doceo, sed frustra.
Soltanto per un’estate Carl Schmitt operò in Colonia. Verso la fine dell’anno andò di nuovo a Berlino, ma questa volta all’Università Federico Guglielmo. Si adempivano così desiderio e destino – laetum et atrox.


13.
La saga di Egil ed i fratelli Sklarek


Verso la fine del 1933 io seguii come dottorando Carl Schmitt a Berlino, malgrado gli avvertimenti degli anziani genitori, che circa tre anni più tardi, cioè alla fine del 1936, dovevano dimostrarsi pienamente giustificati. Oggi mi è diventato perfino dubbio, se è del tutto giusto, – subito dopo l’esame di laurea, senza nessuna esperienza della vita, perfettamente istruito solo nell’inesperienza delle cose del mondo, come dice a ragione Odo Marquad, – vivere esclusivamente della promozione. Io avevo letto il mio Shakespeare, il mio Carl Schmitt – non stanno lontani l’uno dall’altro –, ma per la prassi della vita questo non bastava.
L’avvertimento fattomi dai genitori me lo richiamò alla mente, dieci anni dopo, la lettura della saga di Egil, della storia dello scaldo Egil, una dei numerosi grandi poemi in prosa nordici. Luogo della saga è la Norvegia sotto il re Aroldo Bellachioma, il grande unificatore del paese, la cui storia – tanto del re quanto del paese sotto il medioevo – l’islandese Snorri Sturluson ha esposto in modo così magistrale nella Heimskringa che se ne vorrebbe augurare la lettura ad ogni buon amico. Turolfo, il figlio di Cveldulfo, è messo in guardia dal padre dall’entrare al servizio del re, da cui il padre teme del male. Ma Turolfo risponde: “Andrà del tutto diversamente: io penso di ottenere grandi onori e sono fermamente deciso di andare a trovare il re e diventare suo vassallo”. Effettivamente, egli ottiene grandi onori presso il re, ma più tardi cade in disgrazia ed è ucciso per ordine del re.
È questa una storia istruttiva nella sua tipicità. Mai in gioventù ci si lascerà distogliere con un saggio consiglio, sfruttato dall’esperienza, dal seguire i grandi uomini nella buona e nella cattiva sorte. Io non mi posso affatto paragonare a Turolfo, per così dire come il pendant intellettuale di questo grande guerriero. Ma certamente posso paragonare Carl Schmitt al re Aroldo: anch’egli era un re, vale a dire nel regno dello spirito, e con i re, siano essi pure tutt’altro che privi di macchia, non si può trattare, come oggi si fa da parte di taluni, in modo da turare con tappi morali i buchi intellettuali. A differenza della saga di Egil la catastrofe del 1936 colpì me di meno che non lo stesso Carl Schmitt. Fu la mia salvezza nel senso di una quantomeno parziale guarigione dall’ingenuità, e questo lo devo ad un amico e maestro paterno, che come ufficiale prussiano della riserva disponeva di quelle qualità etiche, delle quali Carl Schmitt aveva bisogno; raramente un uomo portò così a ragione il suo nome come Justus Koch di Magdeburgo, avvocato e notaio in Berlino.
Dopo la seconda guerra mondiale, passati dieci anni dall’infame attacco dello Schwarzen Korps, a quanto pare ispirato da uno che aveva goduto dell’ospitalità di Carl Schmitt, la mia amicizia con il grande studioso festeggiò la sua resurrezione. Ciò avvenne del tutto senza parole: era necessario, come si dice in Spagna, “borrar y cuenta nueva”. Certamente gli anni dal 1945 in poi portarono a Carl Schmitt solo uno cambio di persecutori: nazionalsocialisti o democratici la mentalità di molti uomini resta la stessa, si conserva persino l’identità. Ma si trovavano anche soccorritori, dei quali anch’io potei far parte.
Il lettore non resterà malamente stupito, se passo dalla saga di Egil ad uno dei più grandi scandali del periodo weimariano. Ma ciò ha una ragione assai semplice: Eigilsaga era il nome di una giumenta della scuderia dei fratelli Leo e Willi Sklarek. La prima, per quanto superficiale conoscenza della saga di Egil la devo alla predilezione ebrea per il germanesimo, quale regnava all’epoca di Weimar e prima e si manifestava anche nei nomi: nomi come Siegfried, Siegmund e Siegbert motivavano verso chi li portava una supposizione di appartenenza all’ebraismo.
La serie di cavalli della stalla Sklarek era modesta, confrontata con quelli delle stalle A. e C. Weinberg, Frh. von Oppenheim, Oppenheimer e Lewin, anche queste tutte di proprietà più o meno non ariana. Quelli che ancora avevano più successo erano gli stalloni Eigilbert, terzo nel derby tedesco dopo il 1923 dietro Augias e Ganelon della stalla Weinberg, e Wippizo, uno steepler assai buono. Il nome Eigilbert mi piacque in modo straordinario, e per questo la mia simpatia apparteneva alla stalla Slarek. Ma dopo venni a sapere non solo che i proprietari erano ebrei, ma anche che oltre che nell’ippica erano pure primi in uno dei più grandi affari scandalistici del periodo di Weimar, erano loro i protagonisti dello scandalo. Qui superavano perfino Julius Barmat e Iwan Kutisker, pure ebrei. A ciò si aggiunse poi pure il crollo della Banca nazionale di Darmstadt, abbreviato Danatbank, oggi dimenticata, e la grave crisi della Dresdner Bank, che ha comunque superato la crisi. Quella banca era diretta da Jakob Goldschmidt, questa da Henry Nathan. Crollò anche un’assicurazione sulla vita che si trovava pure in mani ebree. Tutto ciò è oggi raramente ricordato, ma appartiene alla storia dell’epoca di Weimar e nella necessaria storicizzazione del nazionalsocialismo non può essere tralasciato. Ne fanno parte inoltre i trattati dei sobborghi parigini, non solo Versailles, ma anche Saint-Germain, riguardanti l’Austria, e così pure l’inflazione, senza dubbio la disoccupazione, che portò ad un impoverimento di gran lunga più grande della disoccupazione odierna. Ne fa parte anche la paura della rivoluzione mondiale comunista, che anche ad uno sguardo retrospettivo non si può liquidare come infondata. A ciò si aggiungeva infine una letteratura lasciva, pornografia ed omosessualità, coperta da una scienza sessuale più che superficiale – allora si incominciava appena a parlare, anche in società, della sessualità, mentre ciò prima non si era mai verificato. Questo chiamava in causa contromovimenti: l’antisemitismo ed il nazionalsocialismo. L’antisemitismo è un concetto generale, che abbraccia cose e persone assai diverse: fra queste ultime siano indicate l’ebreo Karl Marx, il predicatore di corte evangelico Stoecker, il borgomastro cattolico di Vienna Lueger, al quale è ancora oggi intitolata una delle circonvallazioni, antisemiti francesi come Eduard Drumont ed il fervente cattolico Georges Bernanos, che su di me esercitava la più forte influenza. Non ogni specie di antisemitismo si può rendere responsabile per i misfatti e i delitti del nazionalsocialismo. Il nazionalsocialismo è d’altra parte un concetto concreto, il cui sotto-ordinamento come species sotto il genus fascismo è possibile solo se con quest’ultimo si intende ogni anticomunismo militante – o perfino non militante –. È facile stabilire chi ha interesse ad una siffatta formazione del concetto; ma la seguono anche quelli che non possono avervi alcun interesse. Antisemitismo e nazionalsocialismo non sono coincidenti; c’erano antisemiti per i quali il nazionalsocialismo era troppo volgare e c’erano nazionalsocialisti che si limitavano solo ad accettare l’antisemitismo; di questi faceva parte il mio amico Heinrich Oberheid. Io stesso ero del parere, che appare del tutto insensato dal punto di vista retrospettivo, secondo cui insieme con il predominio ebreo in letteratura sarebbe scomparsa da sé anche la pornografia, in modo simile a come i comunisti erano del parere che con la vittoria della rivoluzione mondiale sul capitalismo e la borghesia sarebbe scomparsa da sé la criminalità. Quest’ultima opinione aveva un nocciolo di verità nella misura in cui solo lo Stato forte, al quale non soltanto ma anche la rivoluzione bolscevica conduceva, è nella condizione di combattere efficacemente la criminalità. La mia fede nella scomparsa della pornografia subì già un primo colpo, quando Joseph Goebbels durante la guerra cercò di sollevare il morale delle truppe attraverso una lieve pornografia. Dopo la caduta di Adenauer, che qui come altrove agiva da freno, la pornografia raggiunse quindi anche senza ebrei addirittura una nuova dimensione; la scomparsa degli ebrei portò soltanto ad una volgarizzazione impunita.
L’antisemitismo nazionalsocialista non fu una vera e propria follia di massa; esso infatti non includeva assolutamente grandi strati di popolazione. Fu una follia elitaria – elitario inteso naturalmente in senso avalutativo – che raggiunse il predominio e coniò lo spirito del tempo. Questo spirito del tempo includeva anche Carl Schmitt; nemmeno i grandi spiriti sono immuni da qualsiasi smarrimento dello spirito del tempo. Il bel verso di Konrad Weiß, che non era antisemita: “Chi è invulnerabile, e l’invulnerabilità diventa una sua parte, questi spezza perfino la fune delle norne” non si addiceva a Carl Schmitt.


14.
Fichteberg, con intermezzo: SA-Sturm


Al suo ritorno a Berlino Carl Schmitt non prese abitazione di nuovo nell’Hansaviertel, ma in Steglitz nella casa n. 2 dell’allora Schillerstraße, oggi Arno-Holz-Straße. Steglitz, nel sudovest di Berlino, alla ferrovia Wannsee, che attraversava principalmente i quartieri residenziali degli elettori borghesi, era uno dei più belli e gradevoli quartieri di Berlino. Comprende tanto il quartiere delle ville quanto quello dei negozi, quest’ultimi principalmente sulla Schloßstrasse, continuazione della Potsdamer Straße, della Schöneberger Hauptstraße, della Friedenhauer Rheinstraße, ed a sua volta continuata nella Lichterfelder Straße Unter den Eichen. Il traffico era gradevole, non chiassoso, i negozi accurati, non snob, favorevoli per le massaie. Lo Steglitz variopinto si univa armonicamente con lo Steglitz verde, di cui faceva parte il Fichteberg nella parte nord-ovest del quartiere, con ville amichevoli, non scostanti, molta terra ad ortaggio e strade alberate, sulle quali era un piacere andare a passeggiare. È appena il caso di mettere in evidenza che la signora Duschka aveva arredato l’abitazione in modo assai confortevole con amore, e senso pratico, soprattutto anche con sicuro gusto, cosicché tanto il padrone di casa quanto i numerosi ospiti trovavano condizioni ideali.
Anche a me ella procurò un’abitazione, nella Mackensenstraße nel vecchio Ovest, il prolungamento della Motzstraße divenuta nota come quartiere bohème verso il centro della città, fra Nollendorfplatz e Zwolf-Apostel-Kirche. La stanza era prima un atelier da pittore, il cui precedente occupante potrebbe essere stato addirittura Werner Gilles. Questi paraggi della Potsdamer Straße, adiacente a Schöneberg, erano un po’ rovinati. Nelle vicinanze c’era il Bulowbogen della ferrovia urbana, e questa zona era notoriamente frequentata da una certa signorina Gruhn – prenome Eva secondo Görlitz-Quint, ma Erna secondo Fest, mentre io stesso ricordo ancora Hella –; si trattava della futura moglie del ministro della guerra von Blomberg, il cui matrimonio morganatico del tutto incomprensibile condusse giustamente alla fine della sua carriera, ma purtroppo anche all’affare Fritsch e a una sorta di degradazione della Wehrmacht. Ma i dintorni erano frequentati abitualmente anche dallo SA-Sturm 15 della seconda bandiera. Esso aveva una grande tradizione e portava il nome Hans Georg Kutemeyer da un camerata ucciso dai comunisti e gettato nel canale Landwehr. Alla sua tradizione apparteneva inoltre l’efficace turbamento del film di Remarque “All’Ovest niente di nuovo” nel teatro di Nollendorfplatz. È vero che il territorio dello Sturm non era paragonabile agli imponenti quartieri operai di Wedding nel Nord e di Neukölln nel Sud-est di Berlino, che giocarono un ruolo principale nei disordini sanguinosi del 1918, ma era anche qui segno di grande coraggio opporsi alla “Comune” inizialmente potentissima sulla strada e non soltanto nei “pregiudizi”. Alcune strade erano rimaste rosse anche dopo la presa del potere, così la Schwerinstrasse e la Steinmetzstrasse che figura perfino nella canzone.
Lo Sturm 15 era diretto ai miei tempi da un ufficiale della prima guerra mondiale, che però non tornava in nessun modo in onore al corpo ufficiali del vecchio esercito. Significativamente scomparve senza lasciare traccia dopo la caduta di Ernst Röhm, e la sua uscita fu accolta nello Sturm con sollievo, soprattutto fra i sottocapi, che con lui non armonizzavano in alcun modo, ma erano impotenti, perché egli era coperto dall’alto. Egli deve aver partecipato al terrore che venne esercitato fino al 30 giugno 1934 dalle cerchie raccolte intorno al capogruppo Karl Ernst. Lo stesso Ernst prima della data in questione appariva ancora a cavallo, al quale egli dava amorevolmente dei colpetti, fra di noi sulla piazza d’armi in Schöneberg e ci diceva che non poteva coprire ogni delitto. Dovevano quindi esserci stati appartenenti allo Sturm coinvolti in delitti, e però poteva trattarsi solo del capogruppo e forse di alcune delle sue creature. Ernst stesso, come è noto, fu ucciso nell’azione di epurazione di Hitler e in ultimo deve aver gridato: “Perché questo, mio Führer?”.
I sottocapi invece erano tutti, eccetto un presunto studente, uomini onesti, che all’epoca della lotta si erano mostrati all’altezza, ma che erano rimasi modesti e in seguito vissero in condizioni modeste, tutti provenienti dalla piccola borghesia ignorata da Marx, insultata da Lenin, senza la quale la difesa del bolscevismo sarebbe stata difficile, dal momento che Reichsbanner e Fronte d’Acciaio non bastavano, erano anzi derisi: “un fronte di cartone e di latta”. Anche se i nomi difficilmente diranno qualcosa al lettore, io non rinuncio alla indicazione: erano tutti del rango di un comandante superiore di truppa o comandante di truppa: Hans Dreyer, Hillig, Hermann Moheit – un prussiano orientale, che diceva di non stare adesso fondamentalmente meglio di prima della presa del potere, ma che nel caso di una sconfitta gli sarebbe andata male –, Brenneisen, Horst Jablonowski, detto “Jablo”, un autentico berlinese con molto spirito, che era in grado di esporre in maniera comprensibile le idee del movimento, e Lothar Hollerweger, cattolico della Westfalia, fornaio di mestiere, che nella sua uniforme faceva in buon tempo la corsa dei 3000 metri per il non agognato distintivo sportivo delle SA, con grande plauso dei camerati, che a mala pena riuscivano ad iniziare questo esercizio, dediti al bere com’erano e allo sport poco interessati. Si viveva nella speranza di diventare milizia. Si temeva, nella Reichswehr, rispetto alla quale si stava a distanza, di dover iniziare di nuovo dal basso. Appunto con lo sport si sarebbe potuto ingannare il tempo di attesa, cosa che a me sarebbe stata assai gradita. Non c’erano però nemmeno fucili di piccolo calibro, ma solo appelli e stupide esercitazioni. Ciò non ostante io mi sentivo bene, dopo un certo periodo iniziale, quale appare ad ogni novizio, soprattutto ad un intellettuale. Rimasi nello Sturm 15 anche quando cambiai la mia abitazione e mi trasferii all’estremo sud. Il colpo di Röhm, o come lo si vuol chiamare, io lo vissi già là e ascoltai il grande discorso del Führer davanti al Rathaus in Lankwitz, in una bella sera d’estate. Lo trovai convincente. Degli assassini connessi all’inizio io non seppi nulla.
In un primo tempo dovette andare così anche per Carl Schmitt. Solo a poco a poco ci si fece chiaro tutto ciò che era allora accaduto. Carl Schmitt non conosceva naturalmente le cose interne delle SA. All’inizio egli tendeva ad idealizzarle. D’altra parte non poteva restargli nascosto il terrore delle bande di Röhm e di Heines. Ma si sperava in lontananza che il Führer avrebbe già messo tutto in ordine. Carl Schmitt riponeva grandi speranze soprattutto nella gioventù. Cadde qui in sopravalutazioni non solo delle intelligenze e dei caratteri, ma anche dell’influenza dei giovani amici. Non gli furono per nulla utili; gli venne espresso perfino del rifiuto, cosa che a me rimase incomprensibile. Solo dopo gli attacchi dei “Schwarzen Korps” ebbi a “capire”.


15.
La collaborazione con Carl Schmitt


Cominciai dunque a lavorare alla mia dissertazione. Carl Schmitt mi lasciava in ciò assai generosamente del tempo libero. Devo assodare che non fui mai suo assistente, ossia comunemente assistente nell’università. Gli era estraneo qualsiasi tipo di sfruttamento. Ma ci incontravamo assai spesso, in parte al suo seminario, in parte nella sua abitazione.
Sul tema della dissertazione ci eravamo chiariti assai rapidamente. Io avevo letto lo scritto di Barion – la prolusione tenuta a Bonn – Rudolph Sohm und die Grundlegung des Kirchenrechts ed ero rimasto fortemente impressionato dalla sua brillante esposizione, ma non ero affatto soddisfatto del risultato. Oggetto del suo scritto era la tesi di Sohm che “L’essenza del diritto canonico è inconciliabile con l’essenza della Chiesa”. Questa mi era del tutto contre coeur ed io non saprei dire nemmeno oggi ciò che mi appariva sbagliato. Già molti protestanti erano contro la tesi di Sohm, proprio così come ogni cattolico di allora. Oggi ciò può essere diverso, poiché numerosi teologi cattolici, naturalmente credenti, da essi sviati sono interiormente convertiti al protestantesimo. È inconcepibile che la Chiesa, da che esiste e cammina, si sia trovata in fondamentale errore sulla sua essenza, oggi detta identità.
Barion non si opponeva a Sohm in modo abbastanza deciso. Egli giunse al risultato che solo il teologo poteva fornire il fondamento del diritto canonico. Si solleva però la questione se qui nemmeno il giurista possa fare qualcosa e in quanto cattolico abbia comunque qualcosa da fare. Nella prolusione Barion non aveva posto questa domanda; più tardi le si è tuttavia avvicinato, anche se parimenti con risultato insoddisfacente. Su ciò non si deve qui ulteriormente trattare. Con la mia opinione secondo cui il concetto del diritto di Sohm ha bisogno di analisi e non regge ad un esame, mi trovavo in perfetto accordo con Carl Schmitt; non poteva essere diversamente. Mi riusciva sgradito anche lo stile così spesso celebrato di Rudolph Sohm. A me sembrava tardo guglielmino e postbismarckiano. Il pathos, la solennità avevano talvolta ai miei occhi uno splendore falsificato. Ciò non aveva disturbato Barion; il nostro gusto non coincideva affatto neppure sotto l’aspetto musicale: in lui troppo Beethoven, troppa poca musica delle corti degli imperatori Massimiliano I e Carlo V, dei re inglesi incluso Enrico VIII e anche re Luigi XIV.
Come dottorando frequentavo le lezioni di Carl Schmitt solo del tutto occasionalmente. La partecipazione al suo seminario era invece non solo un dovere, ma anche un piacere. Il seminario berlinese sia quantitativamente sia qualitativamente era frequentato più intensamente del seminario di Colonia. Gli appartenenti alle SA partecipavano in uniforme – non riconobbi la mancanza di stile –, ed i loro contributi venivano esaminati da Carl Schmitt; normalmente le sue risposte erano contributi alla discussione, che non gli si addicevano, più bruschi che in precedenza. Partecipava anche un gesuita: P. Preis, che si comportava in modo molto corretto e cortese e tenne una relazione assai obiettiva; la Compagnia di Gesù era però allora non gradita, diversamente dai domenicani e dai benedettini. Mi aveva irritato contro l’ordine dei gesuiti la lettura dei Zwei Wege der neueren Theologie di Eschweiler; una simile eccitante lettura spinge all’attività e l’attività nella gioventù piuttosto immatura diventa rapidamente aggressività. Qui devo esercitare l’autocritica. Tanto Carl Schmitt quanto io avemmo più tardi grandi amicizie con eminenti gesuiti. Pure un buon padre domenicano di nome Willigis Erren in Colonia esortava alla moderazione: nella polemica si dovrebbe parlare solo di “alcuni gesuiti”.
Un altro eminente partecipante al seminario era Viktor Leontovitsch, forse un ucraino. Egli disponeva non solo di solide conoscenze giuridiche e teologiche, ma praticava anche l’etica della discussione, per la quale a ragione Josef Pieper si impegna così energicamente. Ma si deve ricordare soprattutto uno spagnolo, Francisco Javier Conde y Graupera, al quale fummo uniti tanto Carl Schmitt quanto io da una amicizia durata tutta la vita, cordiale e serena, un importante studioso, autore di una Teoría de las Formas polílicas e di numerosi articoli. Nella guerra civile spagnola passò dalla parte di Franco, divenne direttore dell’Instituto de Estudios Políticos, che pubblicava un’importante rivista, e divenuto più tardi diplomatico, per lungo tempo inviato a Manila in quell’epoca ancora tranquilla, in ultimo fu ambasciatore a Bonn. Da qui egli mi organizzò un’indimenticabile udienza privata da Franco. Poco dopo morì improvvisamente. Definirei volentieri la sua morte come troppo prematura; ma la critica alla decisione divina non è permessa.
Visitavo Carl Schmitt spesso a casa, per lo più muovendomi dal centro, specialmente dalla biblioteca del seminario giuridico, una biblioteca eccellente. C’erano due possibilità, per raggiungere da lì Stegliz: la metropolitana fino a Breitebachplatz o l’omnibus – o la linea 18 o la 20 – fino a Rathaus Steglitz. Adoperavo raramente la metropolitana, benché il viaggio fosse tranquillo e gradevole e le stazioni di piazza Heidelberg e piazza Rudesheimer già con il loro nome, ma di più con i loro dintorni destassero piacevoli sensazioni. Qui si deve tributare ai berlinesi grande lode per la loro disciplina e attenzione: sulle scale mobili non ci si poteva mai mettersi nella posizione di sorpasso – è orribile che questo oggi lo si veda appena in Colonia. Il viaggio con l’omnibus era più stancante sul lungo tratto. È pure da lodare il personale della società berlinese dei trasporti formato in modo eccellente. I bigliettai nelle vetture a due piani erano sempre di aiuto. Se la vettura sembrava essere piena, si gridava in berlinese: “Prendetevi un po’ di pena, si va!”. Con i chiassoni si finiva presto; si minacciava loro con tratti energici: “Adesso si va subito via!”. Al termine avevo ancora un piacevole tratto a piedi attraverso il verde Steglitz. Quando poi mi ritiravo verso l’estremo sud, potevo fare a piedi tutto il cammino, attraverso la Albrechtstraße piena di negozi, che passava lungo un bel parco.
Le visite a Carl Schmitt erano di norma visite di lavoro. Ma era un lavoro gradevole, con l’eccezione di un contrattempo, che però prendeva una buona piega. Si cominciava per lo più con la musica: egli impartiva lezione di storia della musica, che illustrava al pianoforte, benché egli non avesse chiaramente mai preso sistematicamente lezione di pianoforte, forse perché gli era troppo noiosa. Era utilizzata la Musikgeschichte in Beispielen di Riemann, il discorso verteva molto su Mozart e Beethoven e sui loro rapporti con la massoneria; qui Carl Schmitt era molto interessato e di udito fine. Giocava un ruolo anche Arnold Schmitz, un mezzo ebreo, ma come prima un amico tenuto in onore, autore di un libro su Das romantische Beethovenbild.
Nelle conversazioni il mio ruolo non era più importante di quello di un ascoltatore attento. L’utilità per Carl Schmitt consisteva non in ciò che io obiettavo, ma nel fatto che egli poteva cercare la migliore espressione dei suoi pensieri. L’idee vient en parlant. Facevamo spesso passeggiate nel verde Steglitz, talvolta anche uscite per acquisti nello Steglitz movimentato. Allora i pensieri si mettevano ancor più in moto. Lo stare seduti allo scrittoio non di rado conduce ad un punto morto; si deve esprimere rincrescimento per la scomparsa dello scrittoio per scrivere stando in piedi. Ma il punto morto era superato con il movimento: L’idée vient en marchant. Carl Schmitt si fermava poi spesso, gli occhi luccicavano: gli era venuta una nuova idea o anche una nuova formulazione. Così anche il salmista parla di sessio e di resurrectio, anche di stare ed andare.
Del tutto occasionalmente potevo essere di aiuto a Carl Schmitt come dattilografo, specialmente nell’elaborazione dei Tre tipi di pensiero giuridico, che a dire il vero andava avanti tra tuoni e fulmini. Se differentemente da lui non padroneggiavo la stenografia, una scrittura privata abbreviata mi aveva fatto aumentare la velocità, così come capitava a molti altri in situazione analoga. Ciò era per lui sempre di una certa utilità. Dovetti sperimentare un tempo più lungo come dattilografo, dopo la guerra, con il Nomos della Terra.
Dopo queste visite di lavoro rimanevo poi anche per la cena. Qui si presenta nuovamente l’occasione per lodare la signora Duschka. La cucina da lei diretta corrispondeva pienamente a ciò che era confacente per uno studioso come Carl Schmitt. Con la cucina balcanica, sia essa serba, croata o anche rumena, noi associamo per lo più l’idea di un condimento piccante e di una certa pesantezza. La signora Duschka eliminava i sapori piccanti e la pesantezza, ma il cibo restava gradevolmente saporito. Non ricordo nessun caso, in cui qualcosa a Carl Schmitt o anche a me – con il mio gusto assai difficile – non ci sia piaciuto. La conversazione restava vivace, adesso con la partecipazione della padrona di casa con la sua sana conoscenza degli uomini e con lievi, divertenti errori nella lingua tedesca, che ella in linea di massima dominava molto bene.
Al pasto seguiva spesso una bevuta serale, spesso con ospiti, secondo il motto dei padroni di casa “Benvenuto, buono e cattivo”. Davvero, anche quest’ultimo, questo tuttavia di più nell’anno 1936. Secondo un’odierna concezione in Germania, più nelle grandi città che in campagna, l’ospitalità ricevuta non obbliga a nulla. Capitò così che ospiti, senza alcun ricordo del diritto di ospitalità degli antichi, si dimostrassero più tardi nemici, benché avessero gradito sia le parole che l’onore. C’era il detto “secondo il costume di Aragón – buon servizio cattivo guadagno”, ma questa non è una particolarità di Aragón. Tutto questo non cambia nulla al fatto che erano serate molto belle. Naturalmente dominava il vino, che in un’allegra atmosfera veniva bevuto da bicchieri di stagno.
C’era anche prunella e poi caffè. Erano offerti dolciumi, ma non potevano essere presi sul vino, bensì con bastoncini con formaggio. Si beveva moderatamente, ad eccezione di una successiva sera con il professor Johannes Heckel, un docente di diritto pubblico e canonico, le cui opinioni avevano attinenza in parte con quelle di Carl Schmitt. Ma egli aveva bevuto forte e diventava perciò fanatico; egli parlava di un Armageddon, dove egli ed io avremmo fatto parte degli ultimi fedeli. Egli ha modificato questa opinione dopo le vicende dei “Schwarzen-Korps”. C’erano naturalmente anche controversie. Hitler in un discorso aveva dichiarato con enfasi: “Io non ho nessun conto corrente bancario”. A seguito di ciò ero del parere che si proibisse di avere un conto corrente bancario. Ciò era per Carl Schmitt ancora più accentuato. Era chiaro che Hitler per amore della sua ala socialista voleva distanziarsi per una volta da capitalismo e borghesia, dopo di che nella mia inesperienza del mondo caddi subito nella trappola. Gli allievi sono talvolta più radicali del maestro. L’assolutezza della gioventù è allora nobile, ma inintelligente e perfino piuttosto brutta. Il radicalismo della gioventù può diventare un vero e proprio pericolo per il maestro. Egli si vede sotto la pressione delle aspettative della gioventù e crede perfino di dover essere lui stesso radicale. Il radicalismo è veramente – come dice Lenin con altre parole – una malattia della gioventù. Nel re Enrico IV di Shakespeare, Atto II, il giudice superiore rinfaccia a Sir John Falstaff: “Voi avete sviato il giovane principe”; al che Falstaff ribatte: “Il giovane principe mi ha sviato”. Questo, per quanto possa sembrare assai inverosimile, non è per nulla del tutto falso.


16.
I tre tipi di pensiero giuridico


È ora arrivato il momento di parlare dello scritto di Schmitt I tre tipi del pensiero giuridico non solo importante, ma anche assai esaminato. Nella prefazione alla seconda edizione della Teologia Politica era già annunciato che adesso si dovevano distinguere non più solo due, ma tre tipi di pensiero giuridico, cioè oltre al normativismo e al decisionismo un tipo istituzionale. Nel nuovo scritto Carl Schmitt sostituiva il tipo istituzionale con il “pensiero dell’ordinamento concreto”. Istituzionalismo gli suonava adesso troppo romanico. In una visione retrospettiva non posso condividere questi ripensamenti. È possibile che egli volesse evitare la permanente qualificazione di cattolico–romano; era anzi del tutto ovvio sotto il nazionalsocialismo con il suo insensato rifiuto del diritto romano e di Roma in generale. Nel frattempo però il pensiero dell’ordinamento concreto con un abuso dalle molte pieghe ha assunto una cattiva fama. Parlo quindi, anche per amore di simmetria, di pensiero istituzionale e di istituzionalismo.
Se è permesso parlare di “liquidazione” – Carl Schmitt ha preso posizione contro questa parola in Teologia Politica II –, allora il normativismo fu liquidato dalla prima Teologia Politica. Nei Tre tipi la liquidazione si può toccare con mano, come dicono i giuristi nel loro scarno linguaggio figurato. Il normativismo è una pura creazione intellettuale senza rapporto con la vita reale. Senza mescolanza di un elemento decisionistico esso è incapace di vivere, è un inganno; si può descrivere la sua nullità in svariati modi. Con la mescolanza del decisionismo nasce il positivismo. Così, alla precedente contrapposizione di normativismo e decisionismo ne subentra ora un’altra: positivismo e istituzionalismo.
Carl Schmitt spiega l’assurdità del normativismo con l’esempio che segue. Il normativismo non conosce ordinamenti, ma solo fattispecie. Nel diritto penale il reato non è la rottura di un ordinamento, ma la realizzazione di una fattispecie. Il delinquente non infrange, ma adempie, non è uno che rompe qualche cosa, ma uno che invece la realizza. Un risultato grottesco, anzi fatale, che ha senz’altro le sue conseguenze nella realtà. Così il realizzatore diventa il beniamino dei mass-media. Ma naturalmente un qualche cosa deve pure essere rotto. Le cose infrante e violate diventano tabù. Un tabù è qualcosa che deve essere necessariamente infranto. Ciò conduce ad una rivoluzione culturale permanente come pure ad un forte incremento della criminalità.
La liquidazione del normativismo non è naturalmente una liquidazione della norma. Così come la difesa del femminismo non è una difesa della donna. Incontestabili sono gli ordini delle norme del decalogo. Ma si basano su di una decisione sovrana e richiedono di conseguenza precisione e decisione, che entrano nella tradizione e vengono quindi istituzionalizzati. Il decalogo rinvia nei comandamenti della seconda tavola senza eccezioni ad istituzioni come il matrimonio e la famiglia, la casa, la proprietà e il tribunale. La vita umana, che è protetta dal quinto comandamento, non può essere caratterizzata come un’istituzione; ma anche questo comandamento rinvia oltre alla persona, alla quale procura qui protezione, ad una comunità, che deve tanto garantire la protezione quanto delimitare i casi di uccisione consentita dal caso normale di uccisione non consentita.
A differenza del normativismo il decisionismo è sempre legato alla vita: si sopravvive – ma come? Cos’è una vita senza verità? Nemmeno Pilato può vivere senza verità. La sua domanda sulla verità è nel suo senso imperscrutabile e questa imperscrutabilità è un argomento a favore della verità del racconto biblico. Sono possibili parecchie interpretazioni, come spesso succede nella Bibbia, come ha dimostrato soprattutto papa Gregorio Magno. Pilato, come anche Erode, non è non-interessato alla verità. Anche Gesù lo interessa in modo del tutto evidente. Ma ciò accade in un dibattimento giudiziario, e la procedura deve essere seguita. Nella domanda di Pilato si infila un “ciò non mi appartiene” o “questo non è mio compito”. In una piccola città di provincia ho sentito dire in udienza ad un avvocato renano: “Ciò che è interessante non ci interessa”, un’osservazione a suo tempo molto giusta. Ma in un più ampio contesto la facilitazione, che si ottiene con la rinuncia alla verità in un momento storico determinato, verrà pagata piuttosto cara. Se non so cosa è la verità, non posso distinguere verità ed errore, verità e menzogna. Oggi si chiama ciò equidistanza, e perfino le prese di posizione della Chiesa sono improntate a questa equidistanza. Infine ci si trova equidistanti fra il cielo e l’inferno. Si va, come dice il Riccardo III di Shakespeare – se poi questi è il Riccardo storico, è dubbio - ai suoi seguaci prima della battaglia di Bosworth, “non in cielo, ma di pari passo all’inferno”. Cioè, si va diritti all’inferno.
Il decisionismo è un primo correttivo al normativismo, non di più. Non è una soluzione permanente. Sottolineano il valore della decisione tanto Hobbes quanto Donoso Cortés. Ma essi sono separati da tutto un mondo, come da ultimo ha messo in rilievo assai giustamente Günter Maschke (15). Cosa c’è al di là della decisione? Non si può dire che il concetto sia ambiguo, ma è a doppio taglio. Il nulla normativo da cui nasce la decisione, non può essere il nulla assoluto. Ma con il decisionismo di Hobbes si giunge di nuovo al nulla, dal nulla normativo al nulla decisionistico. Hobbes davanti alla guerra civile fugge nel nulla. Donoso aborrisce la guerra civile non di meno, ma essa non lo getta nel nulla. Egli scruta profondamente nel nulla umano, ma vede anche la decisione divina, che supera il nulla: Veritas Domini. La lotta per la verità non può essere abbandonata. Così la guerra civile può essere effettivamente una guerra giusta, anzi perfino più giusta di una guerra fra Stati, dove ogni parte può addurre buoni motivi a proprio favore. Lenin ha qui in un certo senso pienamente ragione. Si pensa con malinconia, oggi detta nostalgia, al naufragio dello Stuart Carlo Edoardo, il bonny Prince Charles, a Culloden, che fu però celebrato da Friedrich Händel. Si pensa alle sconfitte dei vandeani e dei Chouans, ma anche alle vittorie spagnole contro Napoleone e all’insurrezione dei generali Sanjurio, Mola Vidal e Franco. Tutto questo non si trova nella riga di Hobbes, ma in quella di Donoso Cortés. C’è in ultima analisi anche nella riga di Schmitt, malgrado la sua congeniale simpatia per l’uomo di Malmesbury e per i suoi lucidi giudizi. Carl Schmitt ricevette un forte stimolo dalla teoria dello Stato della controrivoluzione. La cosa più entusiasmante che egli scrisse è il quarto capitolo della Teologia Politica con l’esposizione di questa teoria, e malgrado il suo carattere frammentario – o forse proprio per questo? – Carl Schmitt è il giurista della controrivoluzione. Chi non riconosce questo – al di là delle sue oscillazioni per lo più solo apparenti – non ha capito proprio nulla. Così Hans Mayer (16).
La rivoluzione percorse la via dal Rex alla Lex, come si è espressa candidamente la dottrina del diritto pubblico del Secondo Reich. Carl Schmitt annulla questo movimento: egli va, in modo controrivoluzionario, dalla Lex al Rex. Il pensiero istituzionalistico va però ancora oltre, dal Rex al Regnum. Il grande storico Otto Brunner aveva compreso ciò. Il cammino procede dalla legalità alla realtà. È stupefacente come in italiano la parola “reale” significhi tanto ciò che esiste effettivamente (wirklich) quanto ciò che è regale; qui la non separatezza è migliore della differenziazione delle altre lingue.
Nei Tre tipi a ragione è citato elogiativamente il grande filosofo Giorgio Guglielmo Federico Hegel. L’istituzionalismo di Carl Schmitt non è altro che la dottrina di Hegel dello spirito oggettivo, volta in campo giuridico. Carl Schmitt incontra qui il suo amico Carl Eschweiler, nel suo libro esteriormente modesto, ma obiettivo e assai importante sul concetto di Chiesa in Adam Möhler. Eschweiler era del parere che la dottrina di Hegel dello spirito oggettivo sia senz’altro da separare dal suo idealismo. Il concetto di Chiesa di Möhler era il concetto di Stato di Hegel, volto in chiave teologica. Nell’hegelismo i due si incontrano come grandi amici.


17.
Struttura statale e crollo del Secondo Reich


Questo scritto apparve poco più tardi dei Tre tipi, una prestazione straordinaria, se si considera non l’estensione, ma il contenuto. Carl Schmitt mi regalò il libro con la dedica: Ne simus faciles in verbis. Ciò era in contrapposizione al detto di Bismarck In verbis simus faciles. Cos’è giusto? Come tardo allievo di Gregorio Magno posso solo dire: tutte e due le cose a tempo ed a luogo debito. Papa Gregorio aveva spiegato ciò con esempi. Talvolta vi ricorre ad ogni parola, altre volte no. La questione è solo se Bismarck era generoso al momento giusto e nel luogo giusto. Del resto come si può tradurre nel modo migliore la bella parola latina facilis?
La parola, di cui si trattava, era indennità. Dopo il conflitto costituzionale prussiano del 1862-66 il governo andava in cerca nel parlamento di una indennità, poiché esso aveva governato senza una legge finanziaria da concordare con il parlamento, aveva attuato una riforma dell’esercito e aveva vinto due guerre. Tutto questo quindi senza legge e perciò in modo incostituzionale, cosa oggi impossibile, e la dichiarazione giudiziaria di nullità della concessione dell’indennità sarebbe stata propriamente materia di un conseguente superamento del passato. L’intera faccenda suscita in Carl Schmitt una forte indignazione: “Un parlamento, che aveva fatto tutto per rendere impossibile la vittoria, contro le cui alte grida e aperta resistenza era attuata l’organizzazione dell’esercito e veniva raggiunta la vittoria, veniva pregato dal vincitore di una indennità e approvava la guerra vittoriosa”.
Carl Schmitt si ricollega in questo scritto al Concetto del politico – un parallelo di collegamento alla Teologia Politica nei Tre tipi. Egli parla della totalità del politico e di ogni vera questione politica, la quale reca con sé il fatto che ognuno partendo dalla sua parziale competenza può avere voce in capitolo in ogni questione politica. Qui non si ha nulla a che fare con le regole di competenza; qui si mostra un’altra volta cosa significhi il passo dal Rex alla Lex: confusione. Una chiara disciplina della competenza contiene un divieto di intervento. Carl Schmitt si sarebbe più tardi occupato in modo pregevole del divieto di intervento nel diritto internazionale. Oggi sotto l’aspetto dell’umanitarismo, della solidarietà o anche della democrazia ogni Stato, e anche organizzazioni non statali possono interloquire dappertutto nel mondo; anche la Repubblica federale interviene costantemente nel Sudafrica o in Cile; anche questo passa per superamento del passato. L’interloquire in affari stranieri è solitamente legato con il tacere negli affari propri. È questo vale in modo simile per organizzazioni non statali, sindacati, chiese.
Nel Secondo Reich di conseguenza ogni istanza competente interloquiva dappertutto; tutti parlavano su tutto e noi possiamo seguire bene questa situazione anche dal punto di osservazione odierno. Alla fine vincevano quelli che parlavano a voce più alta; essi improntavano lo spirito del tempo, al quale non può sottrarsi del tutto certamente la maggioranza, ma solo lo può una piccola minoranza, la vera élite. Il risultato fu, come Carl Schmitt riteneva, la vittoria del borghese sul soldato e la sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale. Si pone però qui la questione di chi fosse quegli che vinse il soldato. Il vinto è certo, non lo è il vincitore.
Nella disputa, che si può far iniziare con l’anno 1848, il “terror del 48” – come diceva Donoso Cortés – il soldato aveva perso l’iniziativa. Carl Schmitt citava al riguardo una significativa affermazione di Albrecht von Roon: “I nostri avversari hanno sempre l’iniziativa. Ed i vantaggi dell’iniziativa nella lotta degli spiriti come delle armi sono subito decisivi”. Quanto chiaramente detto e quanto vero! Alla domanda può tentare di rispondere il lettore stesso. Si può però accennare al fatto che esiste anche un’iniziativa apparente, che prende quegli che non vuole o non può prendere le iniziative necessarie. Si tratta cioè del “ut aliquid fieri videatur”. Siamo quindi di nuovo nelle note “abborracciature” (17). Siano indicate: nella politica interna i progetti di perseguire penalmente la violenza all’interno del rapporto matrimoniale – dopo che poco prima nel diritto al divorzio era stato escluso il principio della colpa con la motivazione che i panni sporchi non si possono lavare. Quale soluzione pulita si è trovata! Nella politica estera fanno parte della prima serie di “abborracciature” i continui viaggi di visita dei ministri tedeschi, degli uomini di chiesa e dei dirigenti sindacali nell’emisfero australe.
Nell’affermazione era già contenuta in nuce l’individuazione della sconfitta. Ma ora volgiamoci alla domanda sopra posta, chi in realtà fosse il vincitore. Era veramente il borghese? Risposta: no! Come Carl Schmitt giunse a questa negazione affrettata? Agiscono qui influenze eterogenee; si tratta di ciò che oggi si chiama sindrome, un insieme di più cause. Sono per lo più influenze provenienti dal mondo romanico. Donoso Cortés condannava la borghesia in quanto “clase discutidora”. Qui si potrebbe sollevare la questione della colpa. La borghesia aveva colpa perché con una discussione incessante impediva la decisione? O il governo, perché non poneva fine alla discussione con la sua decisione sovrana? Per la Spagna anche quest’ultima possibilità è degna di essere presa in considerazione. In Francia per la borghesia valeva particolarmente l’odio del cattolico Léon Bloy, ma soprattutto a causa del laicismo che si propagava; Bloy odiava soprattutto la borghesia clericale, ed in questo gli si deve dare ragione, anche considerando l’odierno clero della repubblica federale. Nella loro inimicizia verso la borghesia Donoso e Bloy si incontrano con nessun altro come con Karl Marx; accenni analoghi sono stati formulati da Carl Schmitt già nella Teologia Politica. Egli stesso nei confronti di Marx non era poi del tutto immune. Egli trasmetteva cioè l’odio di Donoso, Bloy e Marx alla borghesia tedesca, e su questo era in errore, come si mostrerà subito. Del resto anche Carl Eschweiler definiva Marx “geniale”. La parola geniale ha però in lui sempre il gusto fine che gli attribuiva. Del tutto immune verso Marx era solo Barion, che definiva se stesso un borghese con coscienza di classe. È comprensibile che in gioventù con un gusto ancora incerto ci si possa sentire attratti dall’aggressività della polemica marxiana; le descrizioni della miseria fanno il resto. È meno comprensibile che un uomo maturo non veda la povertà dello stile marxiano, soprattutto dei suoi giochi di parole, per così dire il kitsch negativo, l’insostenibilità delle utopie. Il fuoco d’artificio è stato ormai sparato; lo seguono il buio, la noia e il vuoto. Il tutto si chiama poi socialismo scientifico. Del tutto compromettente è l’epistolario di Marx.
Rudolf Smend, “più che sodale, meno che amico”, in contrapposizione con Carl Schmitt, non seppe riconoscere la differenza fra la borghesia dei Paesi romanici e la borghesia tedesca. È strano che questi nel suo entusiasmo fino all’ebbrezza per tutto ciò che attiene all’esercito abbia trascurato la figura dell’ufficiale della riserva prussiano, anzi di tutta la Germania. L’ufficiale della riserva era l’ideale della borghesia tedesca, che era non solo onorato, ma anche realizzato; lo spagnolo “se acata pero no se cumple” qui non era valido. Nello strato sociale caratterizzato dalla “cultura e proprietà” si doveva essere ufficiale della riserva; se non lo si era, si doveva spiegarne il motivo minuziosamente. Tanto in Prussia quanto sotto il nazionalsocialismo si aveva piena intelligenza del fatto che non ognuno fosse nato per essere un soldato e a maggior ragione ufficiale della riserva. Ma chi non poteva dare una spiegazione convincente, non aveva nessuna chanche come si dice oggi – nell’alta società, sia pure borghese, in particolare nemmeno con le donne; lo si registrava sotto “stare il più lontano possibile”. Il colombiano Nicolás Gomez Davila dice molto bene: “Al XIX secolo riuscì solo una costruzione etica di grande stile: il corpo prussiano degli ufficiali”. Gli epigoni della Prussia si devono lasciar dire ciò da un colombiano; ma questo è anche uno scrittore, che merita un premio Nobel, se mai lo riceverà. A questa costruzione etica appartiene anche l’ufficiale della riserva. Ma nemmeno oggi la Prussia è del tutto estinta. Franz Köhne, membro del consiglio direttivo della Bayerischen Motorenwerke, diceva apertamente in una notizia di stampa: chi non ha prestato servizio nell’esercito federale, dovrebbe spiegare ciò accuratamente nella BMW (questa eccellente formulazione io l’ho già adoperata sopra), giacché chi non è pronto ad assumersi una responsabilità per la società che ci permette economie di successo, questo poi in un’altra posizione non sarà nemmeno in grado di assumersi la sua responsabilità, quando si tratti di servire l’azienda e i suoi uomini.
Carl Schmitt parlava con disprezzo del bisogno di sicurezza del borghese. Ma il bisogno di sicurezza è in generale qualcosa di umano e nemmeno allo stesso Carl Schmitt esso era estraneo; per la verità non merita disprezzo. Carl Schmitt estendeva il suo biasimo perfino al bisogno di sicurezza nelle cose di fede; quando gli si opponeva il “una solida rocca è nostro Dio” del pregiatissimo Martin Lutero, egli non sapeva dare nessuna risposta. Ma qui si deve trovare tuttavia l’ultima e definitiva sicurezza. D’altro canto non si può disconoscere che anche il pericolo ha una grande forza d’attrazione, e sarebbe questo il caso nello sport. Il biasimo sarebbe anzi giustificato, quando si rivolge contro quelli che non sentono e non riconoscono una simile forza d’attrazione. Il grande guerriero Percy Hotspur dice: “Dal pericolo dell’ortica cogliamo il fiore della sicurezza”. Anche per lui la sicurezza è un fiore, quando deve essere colto da un’ortica. Sul riconoscimento di questa connessione di basa una gran parte della poesia. Sul disconoscimento di questo legame si basa una gran parte dell’ideologia del presente.
Carl Schmitt polemizzava anche contro l’istituzione di un giornata all’anno di servizio volontario. Secondo lui “cultura e proprietà” non dovevano avere nessuna influenza sulla durata del servizio militare. Questa opinione si basa sul fatto che non gli piaceva il concetto di cultura del liberalismo borghese, e in quanto a ciò si può seguirlo pienamente. Ma questa era un’opinione isolata. Quando doveva essere finita la formazione di un accademico ed essere egli posto nella posizione per fondare una propria famiglia? Michail Bulgakov parla della “imperfezione del nostro ordinamento sociale, nel quale gli uomini spesso solo verso la fine della loro vita ottengono il loro giusto posto”. Invece di reagire contro questa imperfezione la polemica di Carl Schmitt si alzava ancora contro la “cultura e proprietà”. Chiaramente esiste anche un interesse militare ad affrettare opportunamente la preparazione da accademici a ufficiali.
Se dunque non era il borghese, chi aveva vinto sul soldato, chi era dunque? Se si può parlare del soldato come figura – quale figura stava dall’altra parte, quella vittoriosa? Risposta: assolutamente nessuna figura. Si potrebbe parlare di un “cohue”, di un coacervo, di una calca chiassosa di intellettuali, giornalisti, avvocati, burocrati fino ai consiglieri segreti liberali assai giustamente menzionati da Carl Schmitt. Non si può trovare un nome comune. Anche se non esisteva ancora la bella espressione di Arnold Gehlen di “bricconcelli dalla scilinguagnolo pronto” [Mundwerksburschen], non avrebbe in ogni caso descritto la situazione di fatto. Il “cohue” era privo di forma.
Tutto questo non cambia nulla al fatto che Struttura statale e crollo del Secondo Reich è un bel libro, una lettura ancora oggi gioconda. Se si prescinde dal disconoscimento della borghesia, proprio questo scritto testimonia di un forte sentimento della giustizia. Del suo contenuto Carl Schmitt ne aveva fatto oggetto di una conferenza, che però aveva preceduto la pubblicazione dello scritto. La conferenza ebbe luogo in un contesto solenne, per cui ne risultava un’atmosfera un poco opprimente. Erano presenti numerosi alti dignitari. Carl Schmitt aveva udito che un eminente ospite, cioè Kostantin Hierl, il capo del famigerato Servizio del Lavoro del Reich, che portava il titolo superbo di un Dirigente del Lavoro del Reich – chi non pensa di nuovo ai gradi gerarchici in Jonathan Swift di un Glumgluff e Nardak? – si era annoiato. Ciò avrebbe potuto lasciarlo freddo, ma non rimase freddo. Voci critiche si espressero nella Historischen Zeitschrift. Non le si poteva affatto ignorare.
La dedica nel mio esemplare di Struttura statale e crollo del Secondo Impero reca la data del 22 maggio 1934. Ci avviciniamo adesso a un’altra data: il 30 giugno 1934 e quindi al saggio di Carl Schmitt Il Führer protegge il diritto. Molti conoscono dell’opera di Carl Schmitt solo questo saggio: più precisamente, credono di conoscerlo. Nel caso in cui lo conoscano veramente, si può avere un grano di scrupolo, anzi senz’altro uno scrupolo di coscienza. Una trattazione assai accurata la troviamo nell’importante libro di Günter Maschke La morte di Carl Schmitt. Sono lieto di poter chiudere questo capitolo dei miei Ricordi con un rinvio a questo scritto (18).


18.
L’evento Röhm come epurazione (tschistka)


Ognuno sa bene come l’indicazione di questo evento come “putsch di Röhm” sia del tutto sbagliata. Un colpo di Stato lo si indica dal nome del golpista, non da quello dell’avversario del golpe o dalla sua vittima. Il capo delle SA non prese parte attiva al “putsch”, ma ne fu partecipe passivamente. Si può parlare naturalmente di un “putsch dall’alto”, ma ciò è insolito, e mancherebbe del resto la denominazione più precisa.
La parola “epurazione” giustamente è caduta da noi in discredito a partire dal 1945. Ma in rapporto a Röhm è tuttavia la parola giusta. Ancora più espressiva è però la parola russa “tschistka”. Qui si dimostra anche la superiorità verbale della Russia, certo del suo aspetto macabro. Nel Reich nazionalsocialista la vera tschistka russa non è stata raggiunta. Sia qui ricordata un’osservazione non pubblicata del secondo presidente della corte costituzionale federale, il giudice bavarese Josef Wintrich, il quale nel 1949 al convegno cattolico di Bochum dichiarò che a confronto con i bolscevichi i nazionalsocialisti sarebbero stati dei “pivellini”. Wintrich è morto e la citazione non può più danneggiarlo. L’estrema sinistra e anche una parte della sinistra non estrema hanno tutte le ragioni per proibire il confronto fra i misfatti tedeschi e quelli russo-sovietici.
Le pulizie, anche quelle di natura innocua, sono proprie non solo degli arcana imperii degli Stati totalitari. Appartengono alle conseguenze inevitabili delle rivoluzioni vittoriose. Per giungere al successo, il capo supremo ha bisogno di sottocapi risoluti, anzi spesso privi di scrupoli – egli deve accettarli per come sono: in simili casi non si può pretendere nessun certificato di buona condotta morale. Dopo la vittoria l’aiutante aspetta una buona ricompensa o la sua parte di bottino per i buoni servigi; ed in ciò, come in ogni spartizione, sono già programmate, come si dice oggi, le divergenze di opinione. Inoltre, Röhm pretendeva la continuazione conseguente della rivoluzione, una seconda rivoluzione, e anche nella cerchia intorno a Carl Schmitt veniva espressa una certa critica sul modo di agire troppo lento di Hitler. Neanche Carl Schmitt era immune da sentimenti antiborghesi. In simili situazioni la risolutezza e la mancanza di scrupoli di un sottocapo può rivolgersi anche contro il nuovo capo di Stato o, come nel caso di Hitler prima della morte di Hindenburg, capo di governo. Detto in modo esagerato: quanto più indispensabile prima della vittoria, tanto più pericoloso dopo la vittoria.
Perfino Francisco Franco dopo la vittoria dovette sbarazzarsi del valoroso e prudente difensore della città di Oviedo, il generale Antonio Aranda; le pulizie di uno Stalin, anche di un Pol Pot, formano l’altro estremo. Confrontati con questi due ultime, la epurazione di Röhm pare ancora modesta. Con ciò non si nega che anche in occasione di questa epurazione successe qualcosa di spaventoso, soprattutto negli assassinii concomitanti. Ne fa già parte l’assassinio di von Schleicher, che però non era stato affatto ordinato da Hitler – può darsi che gli sia stato gradito –, e specialmente l’assassinio di sua moglie. Secondo quel che si dice si era messa fra suo marito e gli assassini; ma sappiamo ciò solo dalle asserzioni degli assassini stessi, e non si crede a ragione che questo fosse inevitabile; si sarebbe forse trattato addirittura solo di cattivi tiratori. E non si deve a questo punto dimenticare l’assassinio di collaboratori di von Papen come del direttore ministeriale in carica Erich Klausener, dirigente dell’“Azione cattolica”, nel suo ufficio.
Se Röhm stesso avesse intenzioni golpiste e a che punto fossero i suoi piani, è più difficilmente esaminabile. Era una cosa già deliberata o si compiaceva soltanto dell’idea, come il Wallenstein di Schiller? In ogni caso lo si credeva capace di tutto; aveva fatto anche discorsi folli e detto fra l’altro: “Adolf è perfido” e lo si dovrebbe “come minimo” mandare in ferie. Ancora una volta detto in modo esagerato: quanto più stimolante è una domanda della storia, tanto più disperata è la sua completa spiegazione. Mancano “prove conclusive” di piani golpisti di Röhm; ma davanti alle sue dichiarazioni vi è ancora bisogno di simili prove? Di “prove conclusive” – conclusive sono propriamente non le prove, ma le affermazioni riguardanti le conseguenze giuridiche – sentiremo parlare ancora fra poco. Se con una delle sue parole preferite si può chiamare brutale il modo di procedere di Hitler, non era tuttavia incomprensibile.


19.
Il 13 luglio 1934


“Niente da fare, questa era la mia idea”, mentre la sera del 13 luglio 1934, in una mite serata estiva, passeggiavo sull’allora Viktoriastraße, oggi Leonorenstraße, una strada bella e vivace, ma non rumorosa, del verde sobborgo Lankwitz e giungevo fino al locale Rathaus. Come già detto, questa era il luogo, dove io venivo a sentire il resoconto di Hitler al Reichstag sull’epurazione di Röhm, ed io non ebbi l’impressione – come Joachim Fest riferisce – che sia stata una “delle più deboli prestazioni retoriche” di Hitler. È vero che qualche volta sembrava cercasse affannosamente le parole, ma questo a me appariva come una prova della difficoltà della decisione che egli aveva dovuto prendere. Non si può rimproverare ad Hitler che abbia lasciato cadere con leggerezza i compagni di lotta. Al contrario: restava fedele a quelli che non lo meritavano affatto e che egli stesso non stimava particolarmente. Di questi faceva parte il semi-istruito Alfred Rosenberg, con il quale era impossibile che fosse d’accordo nella insensata campagna con Carlo Magno in quanto “macellaio di Sassoni”. Il grande attaccabrighe e alcolista Robert Ley fu da lui egualmente favorito; tuttavia, questi – sembra per ordine di Hitler – dovette tenere un discorso contro l’alcol, che pare sia stato influenzato pure dall’ingestione di alcol. Questo discorso, a quanto so, lo stampò solo la Kölner Stadt-Anzeiger. Mi reputo fortunato di averlo archiviato. Ma adesso la ribellione di Röhm costringeva Hitler ad intervenire. Finalmente! Si poteva dire e lo dissero in effetti molti dirigenti di partito. Così, particolarmente Rudolf Hess, al quale in tutto il suo essere Röhm doveva dare fastidio nel più profondo dell’anima. “Egli era da sempre uno scellerato” – questo era, con i versi del Freischütz, il tenore della resa dei conti di Hitler con Röhm –, “e per questo adesso lo colpì il tribunale penale”. Le innegabili capacità militari e organizzative di Röhm non erano più necessarie.
Tutto ciò che Hitler disse corrispondeva alle mie proprie osservazioni, esperienze, impressioni. La SA non era un’organizzazione terroristica, ma c’erano in essa covi e cellule di terrore, dai ranghi più alti a quelli più bassi. C’erano a Berlino, c’erano nella provincia, dove erano forse anche peggiori, a causa della strettezza e perché qui si dovevano usare meno riguardi, ad esempio per l’estero amico o da guadagnare alla causa. Aveva la peggiore fama il temibile capogruppo Edmund Heines in Breslau, al quale sottostava anche il gruppo di Berlin-Brandenburg, guidato da Karl Ernst. Con riguardo al visibilissimo termine di questo terrore la faccenda Röhm agì proprio in modo benefico. Scomparve così anche il capo stormo Schlegel dello stormo 15 del 2° stendardo nella vecchia Berlino occidentale, di cui nessuno sentì la mancanza, almeno fra i suoi integri sottocapi, che non avevano avuto nessuna possibilità di opporglisi. Certamente ormai era inarrestabile il declino della SA e cominciava la funesta ascesa della SS. Il suo dirigente Heinrich Himmler porta quanto meno la responsabilità dell’assassinio di von Scheicher, che non era stato comandato nemmeno da Göring che agiva di propria iniziativa. La SS non era una truppa disciplinata, ma Hitler non poteva impiegare la Reichswehr, dalla quale non si sarebbero dovuti temere abusi paragonabili. Regnava il disordine, che di nuovo rispecchiava lo stesso disordine che era nel pensiero e nell’agire di Hitler. La parola “genio”, che a lui è perfettamente applicabile, include un siffatto disordine.
Le uccisioni concomitanti giunsero allora solo vagamente alla mia consapevolezza. Una cooperazione fra Schleicher e Röhm non mi sembrava fosse esclusa. È vero che c’era una grande distanza fra i due; ma Schleicher, come nell’anno 1932, anche adesso era da ritenere capace di un “fronte trasversale”, e quindi era perfino immaginabile un legame con la cerchia di von Papen. Nel sospetto di partecipazione a questi collegamenti poteva incorrere perfino Carl Schmitt, e questo gli deve essere stato consapevole. Ma egli non mi ha detto nulla al riguardo. Un maestro non si deciderà facilmente a confidare simili preoccupazioni ad un allievo ancora assai immaturo.


20.
“Il Führer protegge il diritto”


È evidente che Carl Schmitt come editore della Deutschen Juristen-Zeitung non poteva accontentarsi di serbare il silenzio davanti al caso Röhm. Si vide davanti ad un labor improbus, ad un compito soffocante: era necessario prendere posizione sulla legge sui provvedimenti per la legittima difesa dello Stato del 3 luglio 1934.
Nessun compito è così ingrato come quello di non far cadere i frutti nella forma di nuove vedute e formulazioni. Anche il labor improbus ha la sua benedizione. Vale la pena di dire alcune parole sul saggio “Il Führer protegge il diritto”. Esso viene senz’altro condannato, ma senza aver legittimamente ascoltato l’indifeso autore.
I punti principali del saggio sono: un’osservazione teorico-giuridica, che consiste propriamente solo di una mezza frase (1), poi una retrospettiva storica (2), poi un passaggio alla teoria dello Stato (3), seguito dalla richiesta – oggi ignorata in modo assai stupefacente – di punizione delle uccisioni concomitanti commesse nel contesto presunto o perfino solo asserito con l’eliminazione di Röhm (4), e infine una rinnovata interpretazione storica retrospettiva (5).

1. Il primo punto riguarda – in seguito ad un precedente discorso di Hitler – la “contrapposizione di un diritto sostanziale, non separato da eticità e giustizia alla vuota legalità di una falsa neutralità”. La separazione del diritto dall’eticità e dalla giustizia conduce alla distruzione del diritto. Come si può essere ancora “fedeli con amore al proprio diritto”, come ha detto una volta un giurista di allora?
Hitler aveva respinto risolutamente la separazione di diritto e morale. Questo gli portò simpatie, anche la mia. Ma questo era qualcosa di altro dall’“epurazione” del diritto dalla morale e dall’etica – l’ultima parola rispetto al restringimento di significato di “morale” è la migliore. La separazione di potere ed etica era un’assioma della dottrina dello Stato dell’epoca weimariana, veniva predicato agli studenti di giurisprudenza fin dal primo semestre ed avvelenava parecchio fin dall’inizio la gioia dello studio. La separazione portava al “concetto giuridico del diritto”, secondo l’esatta formulazione di Rudolph Sohm. Che un simile “diritto” stia in contraddizione con l’essenza della Chiesa, è una palese ovvietà. Fra ciò che innalzava Carl Schmitt al di sopra dei suoi colleghi appartiene anche il fatto che egli non dava seguito a quella separazione.
Ma quale etica Hitler e il nazionalsocialismo avevano in mente? Questa è un’altra questione. Fra Bismarck e Hitler la dottrina del diritto si trovava nel nulla etico. Da questo nulla spuntò allora una fiamma, che all’inizio sembrava riscaldasse e illuminasse, ma poi divenne passione di fuoco devastante. Nè derivò un nuovo nulla. Il nazionalsocialismo aveva promesso insieme con un cristianesimo positivo anche un’etica positiva e un diritto da questa plasmato. Questa promessa non fu mantenuta. In questo senso il nuovo nulla era un nulla positivo in contrapposizione al precedente nulla negativo.
Ma all’inizio del Reich nazionalsocialista questo non era prevedibile per i più. Ma perché altri lo previdero? Causae secundae: famiglia, ambiente, collaborazione nella Chiesa, sogni, rivelazioni private, anche turbamento personale per provvedimenti del nuovo regime, – anche una specie di grazia: si può parlare di grazia come prima causa. Molti credettero di poter impedire il peggio collaborando e misero da parte i loro scrupoli. Con parziali verità, che Hitler esternò proprio dopo la presa del potere, una iniziale moderazione, il dinamismo con il quale egli incominciò il suo compito, con prestazioni e successi in virtù della lucentezza che anche i demoni irradiano, poteva essere ingannato anche un Carl Schmitt, che non era un cattivo conoscitore di uomini, ma neppure era infallibile.

2. In modo repentino, ma per nulla illogico, l’osservazione teorico-giuridica estremamente breve si unisce a un ricordo storico: alla catastrofe della prima guerra mondiale verso la fine, che aveva colpito Carl Schmitt, allora intorno ai trent’anni, con la violenza che corrispondeva all’intensità di tutto quanto il suo essere, anche specialmente della sua consapevolezza del diritto. L’inconsistenza del concetto di diritto, a cui si abbandonò il Secondo Reich dopo l’uscita di scena di Bismarck, aveva reali corrispondenze o anche conseguenze nella prassi politica. Hitler con la collera che lo caratterizzava – egli viveva per lo più nella collera – aveva ricordato che il Reich non aveva allora la forza “di far uso dei suoi articoli di guerra”. Carl Schmitt diceva: “Paralizzata dal modo di pensare di un “Stato di diritto” liberale, una burocrazia civile priva di istinto politico non trovava il coraggio di trattare ammutinati e nemici dello Stato secondo il diritto che meritavano”. Nell’espressione “morale della truppa” la parola morale ha ancora un senso buono: qui mancava non la morale della truppa, ma quella della burocrazia civile; assai in generale è permessa la domanda, di quale morale possa avere in genere una burocrazia civile ed ha di volta in volta; è appariscente come nelle situazioni critiche si chieda spesso una condotta “non burocratica”. Il 9 ottobre 1917 il Deutsche Reichstag aveva dichiarato che al Partito Socialista Indipendente non potesse venir limitato il “diritto costituzionale” di trattare addirittura con gli ammutinati, e che per l’esistenza dell’alto tradimento mancavano “prove conclusive”. Carl Schmitt continua: “Orbene, queste prove conclusive i Socialisti Indipendenti ce li hanno sputate in faccia un anno dopo”. Oggi i responsabili di ciò vengono addirittura canonizzati; cosa che non è tutto quanto oggi ci viene sputato in faccia! Sputare è diventato un delitto da cavaliere, una trasgressione perdonabile.

3. Alla osservazione di teoria del diritto e alla sua esemplificazione storica segue poi un’osservazione un po’ più dettagliata di contenuto relativo alla teoria dello Stato. Qui ha luogo un deciso rifiuto del principio fondamentale della divisione dei poteri, non sorprendente per il conoscitore della Dottrina della costituzione, sebbene qui quel dogma sia esposto con chiarezza e oggettività esemplare, non senza il rilievo della inconciliabilità del diritto di grazia del supremo capo dello Stato con questo dogma, cosa che oggi è grossolanamente disconosciuta. Carl Schmitt, anche in questo autentico controrivoluzionario, risale oltre Montesquieu, i cui Cahiers del resto apprezzava, fino all’epoca preilluministica. Il suo pensiero è qui, come pure altrove, “medievale” in un senso che include anche il periodo fino alla fine della Controriforma e delle sue corrispondenze protestanti. Ciò significa: è cristiano. Come si adattava ciò al nazionalsocialismo? Così: questo si trasformò partendo dall’illuminismo e dalla massoneria. Si delineavano così dei punti di contatto, malgrado ogni altra inconciliabilità. Fra altri, aveva visto ciò papa Pio XII.
La frase decisiva di Carl Schmitt suona in questo contesto: “Il vero Führer è sempre anche un giudice”. Natüralmente oggi non si può più dire Führer e non è facile trovare qui la parola giusta. Supremo capo dello Stato è scialbo, capo dello Stato Hitler non lo era ancora; il medioevo diceva princeps. Questo era normalmente un re o perfino l’imperatore. Da questo ci si aspettava la protezione in ultima istanza del diritto violato, anche nei confronti di istanze precedenti. Perfino nella democrazia non si devono del tutto espellere dal popolo queste aspettative legate alla persona del capo supremo dello Stato. Hitler era dunque giudice supremo o, come egli stesso diceva, supremo signore giurisdizionale del popolo tedesco. Egli faceva derivare questo ufficio dalla sua responsabilità per il destino della nazione. Se a costui era affidata questa responsabilità, questi poteva anche tenere giorno di seduta come giudice supremo.
L’indipendenza giudiziaria è con ciò limitata, ma non eliminata. Il giudice resta indipendente dagli altri poteri statali e, cosa che oggi è più importante, da quelli non statali e contigui. Questi ultimi sono ormai assai più potenti di uno Stato debole, che non può più adempiere ai suoi doveri di protezione: i mass-media, che possono condannare un innocente, i sindacati e tutti i possibili gruppi terroristici alternativi e autonomi, che si servono di una plebaglia aizzabile, formata in parte di stranieri, i cosiddetti concittadini stranieri. Se l’indipendenza giudiziaria deve essere assicurata davanti a tutti questi, dipende invece dal protettore. Il principio protego ergo obligo rende il protettore dell’indipendenza giudiziaria anche il signore che ha la suprema giurisdizione sul territorio.
La separazione fra direzione dello Stato e magistratura è il parallelo istituzionale della separazione fra etica e diritto. Dove tutto questo conduca, Carl Schmitt lo mostra nel giudizio di un eminente maestro del diritto penale nell’epoca post-bismarckiana: Franz von Liszt. Questi aveva dichiarato il codice penale, in particolare il suo divieto di analogia, la Magna Charta del criminale. Là dove la scienza giuridica avrebbe dovuto ascoltare attentamente, non lo fece. Esiste una enunciazione di quella frivolezza, che è spesso annunciatrice del crollo: il crollo morale precede il crollo reale. La Magna Charta storica del 1215 era un privilegio dei baroni della nobiltà e del clero strappato ad un re debole. Baroni sono adesso i criminali. In tal modo l’intera società diventa una société politico-criminelle, i cui membri tuttavia per la maggior parte hanno soltanto uno status passivo. Oggi noi assistiamo al privilegiamento in modo impressionante degli assassini politici e di altri criminali, tanto che ormai ci fanno ora pena i criminali non politici.
Qui si mostra anche la stretta connessione fra diritto costituzionale e diritto penale, e non è un caso, ma è piuttosto tipico che Carl Schmitt sia giunto al diritto pubblico dal diritto penale: dallo scritto iniziale Sulla colpa e i tipi di colpevolezza attraverso Il valore dello Stato e il significato del singolo alla Dittatura. Segue la frase assai proficua ed istruttiva anche per il presente: “Il diritto costituzionale doveva diventare in egual modo la Magna Charta dei rei di alto tradimento e di tradimento della patria”. Si impone la domanda: la Magna Charta di cosa è propriamente esaltata come la legge fondamentale esemplare di fronte a tutto il mondo? Si tratta della sezione sui diritti fondamentali che si trova il primo piano. Al suo inizio (articolo 2) si trova l’ostentazione della personalità neutrale di fronte ai valori. Un breve sguardo: l’articolo che segue è il fondamento di un femminismo straripante. Segue poi, esercitato massicciamente ormai con l’appoggio di assai loquaci cerchie ecclesiastiche, il diritto di rifiutarsi alla protezione del popolo. La libertà dell’arte che segue protegge l’oscenità e la blasfemia. Il diritto di dimostrazione – nel testo della legge fondamentale neppure espresso – protegge chiassoni e terroristi e impedisce il transitus innoxius non di rado di importanza vitale dei mezzi di trasporto. La libertà di coalizione assicura un diritto di sciopero, che si rivolge non in primo luogo contro il datore di lavoro e la controparte nella lotta del lavoro, ma contro terzi del tutto non partecipi, la massa della popolazione, perfino incluso degli stessi scioperanti. L’illimitata garanzia del diritto d’asilo favorisce criminali e asociali provenienti dal mondo intero, anche trafficanti di droga e terroristi, addirittura partiti della guerra civile di paesi stranieri, che risolvono le loro lotte di potere sul terreno del paese ospite, dal quale secondo dichiarazioni solenni non può mai venire di nuovo una guerra, ma che nella pratica diventa teatro di una guerra civile importata. Questi sono solo esempi che devono bastare a mostrare come le garanzie dei diritti fondamentali, che dovrebbero proteggere la dignità dell’uomo e i diritti umani, possono diventare e sono diventati criminogeni e, detto più in generale, carcinogeni. Si vede quanto siano feconde, ancora oggi, le idee di Carl Schmitt. Bonn non è Weimar, ma in molto è una prosecuzione di quelle situazioni oggettive e modi di pensare, che in epoca weimariana portarono al colpo di stato prussiano di Hindenburg-Papen del 20 luglio 1932, “still worse and worse” e cioè senza lo strumentario che la costituzione di Weimar in quanto di gran lunga più realistica offriva per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica.
Tutte queste considerazioni sono senz’altro desumibili dal contesto con l’occasione data e dovrebbero essere da monito per tutto quanto il mondo occidentale. Carl Schmitt chiude questo capitolo con la frase: “Il resto” – ossia ciò che non deriva dal diritto vivente del popolo – “non è diritto”, ma un “intreccio positivo di norme cogenti”, di cui “un criminale incallito si burla”. La frase contiene due citazioni: di un “astratto intreccio di norme cogenti” si parlava già nella discussione sul “concetto giuridico del diritto”, e la frase “il colpevole si burla del diritto” deriva dal grande giurista che agiva ancora nello spirito bismarckiano, Karl Binding, l’avversario di Franz von Liszt.

4. Il capitolo che segue inizia con l’esortazione, usuale in tempi di cambiamento, per una verifica dei “pregiudizi, degli argomenti e dei concetti giuridici”, “che un’epoca vecchia e malata ha prodotto”. Nemmeno si tralascia la legittima resistenza dei tribunali “contro la corruzione del sistema del tempo”. Segue quindi la menzione riconoscente della dottrina amministrativa francese, che Carl Schmitt come è noto apprezzava molto, e precisamente in questo caso la dottrina dell’acte de gouvernement (Dufour), che serve alla “difesa della società” contro i suoi nemici ed è sottratto al controllo giudiziario. Ma poi segue un punto particolarmente importante del saggio, ignorato o taciuto dagli avversari o anche dai nemici di Carl Schmitt: la richiesta del ritorno dallo stato d’eccezione allo stato normale e soprattutto la punizione degli atti di violenza non autorizzati da Hitler in occasione dell’eliminazione di Röhm e del suo seguito. Qui è particolarmente necessaria la citazione letterale: ““Anzioni particolari” che cadono dentro o fuori dell’arco temporale di tre giorni, che non si trovano in connessione con l’atto del Führer, non autorizzate dal Führer costituiscono un’ingiustizia tanto più grave quanto più alto e puro è il diritto del Führer”. Secondo le dichiarazioni del presidente dei ministri prussiano Göring del 12 luglio e del ministro della giustizia del Reich Gürtner del 20 luglio 1934 è stato “istruito un procedimento penale particolarmente severo contro siffatte condotte particolari non ammesse”. È degno di noto il fatto che qui sono indicate anche azioni particolari che si situano pure entro il termine dei tre giorni, il cui spirare Carl Schmitt nella furia del momento pone al 1° luglio, di notte, anziché al 2 luglio. Ma a che cosa Hitler aveva autorizzato? Forse egli stesso non lo sapeva più. In simili casi ciò non è insolito e lo era assai poco con Hitler, l’uomo del disordine. Per citare il caso più importante: l’esecuzione di von Schleicher non fu da lui autorizzata, come si è detto. Ma doveva ora Hitler procedere contro Himmler, un assassino? Dipendeva ormai dai gregari e contro questi funesti gregari non poteva mettere in campo altri gregari. Così capita ad ognuno in situazioni simili.
Di un procedimento penale particolarmente severo per condotte particolari che non erano ammesse che io sappia non si è mai più sentito parlare. La richiesta di Carl Schmitt cadeva così nel vuoto. Ma si deve supporre quanto segue: certamente essa venne a conoscenza di quelli la cui punizione egli aveva chiesto così energicamente. Egli trovò così senz’altro ascolto, ma in un senso funesto: la successiva inimicizia dello Schwarzen Korps – che non si può tuttavia equiparare a tutte le SS, malgrado l’influsso certamente considerevole – risale forse già al saggio “Il Führer protegge il diritto”. Infatti gli produsse allora dell’inimicizia, ed oggi gli accade lo stesso per motivi del tutto diversi, fra i quali giuoca un ruolo l’ignoranza, inconsapevole o anche deliberata.
Senza avere prove conclusive in mano, devo suppore che Carl Schmitt, che non si trattenne dal prendere posizione su singole azioni concrete, disapprovasse l’assassinio di von Schleicher, di sua moglie, dei collaboratori di von Papen e Klausener. Dicendolo, egli poteva ritrovarsi benissimo fra gli uccisi. Il detto sperimentato “Non possum scribere in eum qui potest proscribere” può essere preso in considerazione anche per Carl Schmitt. Nemmeno il grande giurista romano Papiniano, che venne ucciso, nemmeno il non meno mirabile e grande giurista Tommaso Moro, che fu giustiziato, si sono rivolti in pubblicazioni contro l’imperatore Caracalla e contro il re Enrico VIII, le cui azioni essi disapprovavano.
Del procedimento penale particolarmente severo, che era stato minacciato agli assassini non autorizzati del 30 giugno 1934 e dei giorni seguenti e che era stato rievocato da Carl Schmitt, non se ne fece nulla - com’era facilmente prevedibile ad uno sguardo retrospettivo. Il risultato del saggio di Carl Schmitt fu al massimo la grave calunnia da parte dell’organo delle SS nell’anno 1936.

5. Un nuovo panorama degli anni dal 1917 al 1919 forma la parte conclusiva del saggio. Questa conclusione è di bruciante attualità. Essa rinvia all’abuso, che viene fatto con la seducente parola Stato di diritto, una parola donnolesca nel senso di F. A. Hayek, ed alla “meravigliosa concordia”, nella quale capitalisti e comunisti, clericali e ateisti si trovavano ed ancora oggi si trovano. I capitalisti vendono ai comunisti e ai loro sostenitori non solo la corda, alla quale essi vengono appesi, ma la finanziano anche; è istruttivo lo studio delle inserzioni nelle riviste di informazione, che espongono l’“opinione pubblicata”. I clericali si alleano con gli atei nei movimenti di liberazione e li finanziano attraverso enti assistenziali vescovili; si può già parlare di clerico-ateisti, clerico-anarchici, clerico-caotisti.

Il saggio “Il Führer protegge il diritto” risulta istruttivo sotto ogni aspetto. Carl Schmitt non fu mai un opportunista. Non fu nemmeno un adulatore: il foedum crimen servitutis, di cui parla Tacito, gli era estraneo. Tuttavia egli era a quel tempo ancora affascinato da Hitler. Questa fascinazione era allora diffusa; anche altre grandi personalità della cultura vi incorsero. Questo è un evento che si ripete spesso nella storia: fin dall’antichità grandi poeti e filosofi soggiacquero a sanguinari tiranni. Si può porre la domanda: chi non soggiacque a chi?


21.
Altre cose dell’anno 1934


Io dovevo dedicare tutto quanto quest’anno al lavoro per la mia dissertazione. Il tema – come già prima detto – fu trovato rapidamente. Ma le difficoltà iniziali erano grandi. Cominciò un errore di partenza catastrofico. Il mio primo progetto era del tutto inadatto. Era giornalistico-feuilletonistico, assai più Weltanschauung che scienza, sia pure con alcuni argomenti utilizzabili. Invece di orientarmi su modelli come le dissertazioni di più vecchi allievi di Carl Schmitt come Ernst Rudolf Huber e Werner Weber, che sono citati lodevolmente nella Dottrina della costituzione, e anche di Ernst Forsthoff, mi ero votato ad un’opinione che adesso sarebbe stata del tutto diversa e giungo solo adesso ad una sorta di confessione. Questa erronea concezione si presenta nuovamente a partire dal 1945; Franz Altheim l’ha confutata energicamente. La critica di Carl Schmitt era distruttiva. Io non potevo contrastarla, ma l’accolsi, come si dice, in un atteggiamento risoluto. Egli spiegava perfino di non essere stato egli stesso incolpevole per l’erronea evoluzione. Non si giunse in alcun modo ad un conflitto.
Ma c’era un diverso conflitto in un ambito diverso. Si trattava per di più di uno dei miei migliori amici, il più tardi collega Dr. Hebertus Bung, ultimamente residente a Bad Godesberg. Bung, originario del Münsterland oldenburghese, era già da anni un ammiratore di Carl Schmitt. Allorché nella Lega degli avvocati nazionalsocialisti, in un primo momento detta Lega dei giuristi, fu istituita una Sezione scientifica sotto la direzione di Carl Schmitt, egli assunse su suo incarico la gestione amministrativa di questa Sezione, a titolo – come credo – di aiutante. Egli era per questo compito sotto ogni aspetto qualificato. Egli aveva messo a segno un esame di referandario molto buono, con un lavoro di diritto penale sull’errore giudiziario, che era stato valutato con il più alto attributo dal professore ordinario berlinese Eduard Kohlrausch. Egli aveva inoltre un gran senso per l’ordine e quindi per l’organizzazione. Nella sua attività nella Sezione giuridica egli si era impratichito in modo eccellente; gli procurava gioia. Egli si cacciò tuttavia in una disputa con un alto funzionario della Lega degli Avvocati, i cui particolari non ricordo più. So ancora soltanto che in questa faccenda un portiere della Lega recitò una parte funesta. La signora Duschka, che per la verità Bung non conosceva più da vicino, ma che sempre prendeva le parti dei giovani collaboratori di suo marito, attribuì al “portiere berlinese”, tipico a suo parere, la colpa principale per l’incidente; certamente questa professione aveva le sue insidie per i non iniziati. Ma Carl Schmitt non era agitato su questa faccenda, diede la colpa a Bung e rifiutò di proteggerlo nella Lega degli Avvocati. Di ciò a sua volta Bung si indignò e diede le dimissioni. Io però mi posi interamente dalla parte di Bung e cercai in una lunga ed alquanto vivace telefonata di far cambiare idea a Carl Schmitt. Invano. Il fatto mi diede molto da pensare ed io riferii di ciò al vecchio amico Paul Adam, che si trovava a Monaco presso la radio locale. Adams rispose dettagliatamente. La sua lettera – del 3 dicembre 1934 – è un documento prezioso. Alcuni passi sono qui riprodotti. Adams era informato solo da me, cioè unilateralmente, ma le mie comunicazioni corrispondevano alle sue esperienze: “La posizione di Carl Schmitt è proprio terribile. Ma al confronto egli a Monaco mi ha trattato ancora bene. Ora devo svalutare il suo modo inatteso, le mie opinioni e la loro esposizione”.
In effetti, egli poteva essere brusco in modo offensivo. Il nervosismo porta a questa rudezza. Adams criticava inoltre la sua esaltazione dello stato maggiore generale prussiano, un fenomeno di compensazione, ed il suo già allora forte antisemitismo. Egli spiegava poi la precarietà della posizione di Carl Schmitt, che io avevo sottovalutato: “Politicamente, a mio modo di vedere, egli non sarà mai accettato dai nazionalsocialisti. Il suo stile, la sua genialità, la sua esistenza fondamentalmente solitaria susciteranno sempre scandalo. Avrebbe fatto meglio ad andarsene a Monaco ed a vivere in periferia. Non sarebbe sopravvissuto a queste continue oppressioni”.
E tuttavia in uno sguardo retrospettiva si pone la domanda: poteva Carl Schmitt vivere in periferia? Se egli voleva energicamente battersi per le sue idee, cosa che riteneva necessaria, non gli poteva bastare la periferia. Certamente lo spingeva anche l’ambizione. “L’ambizione non ci ha mai vinto”, si dice in una bella aria spirituale di Georg Friedrich Händel secondo una poesia di Brockes. Ma è possibile un uomo come Carl Schmitt del tutto privo di ambizione? Si possono realizzare le sue prestazioni senza lo sprone dell’ambizione? Io credo di no.
In Adams si dice ancora: “La vicinanza agli angeli è chiara. Io credo che ci sia sempre stata”. La signora Duschka aveva risposto all’osservazione – che coglie nel segno – secondo cui suo marito non aveva nessun istinto: “nessun istinto, ma un buon angelo”. Una replica che le fa onore, ma a quel tempo intorno a lui non c’erano solo angeli buoni. Qui Adams vedeva più chiaramente. Per ciò che riguarda Bung, questi non ha serbato rancore a Carl Schmitt per il conflitto di allora, non prima del 1945, né più tardi. Fu sempre di aiuto, talvolta all’insaputa di Carl Schmitt.

Il gentile lettore mi riconoscerà che io non penso di nascondere debolezze ed errori di Carl Schmitt. Sono ben lontano dalle sdolcinature, almeno qui. Non si tratta nemmeno di una Legenda Aurea. Ma qualcuno non cova l’idea, anche se forse non esplicitamente, di scrivere un’appendice alla Divina Commedia di Dante? Ed allora: noi mettiamo Carl Schmitt nel monte del Purgatorio, e precisamente in un cerchio superiore, ma più su ancora Franz Kramer, Paul Adams, Carl Eschweiler, Konrad Weiss, Heinrich Oberheid e sua moglie, Justus Koch, Hans Berger e “last but not least” la signora Duschka. Roger Vercel, l’autore di “Capitaine Conan”, io non l’ho mai personalmente conosciuto e posso giudicare solo dalle biografie; ma io suppongo che stia pure sopra.

Günther Krauss

(Traduzione dal tedesco di Antonio Caracciolo)


NOTE


– Sono qui finalmente riunite e fuse in un impianto unitario le diverse parti delle Erinnerungen di Günther Krauss, apparse in differenti sedi ed interrotte dalla morte dell’autore avvenuta a Colonia il 7 settembre 1989. Era nato il 2 gennaio 1911 a Manderscheid (Eifel). La parte 1ª e 2ª del testo tedesco sono apparse in in Criticón, 16. Jahrg., Nr. 95, Mai-Juni 1986, pp. 127-130; Nr. 96, Juli-August 1986, pp. 180-184. Le parti 3ª, 4ª e 5ª sono apparse nel testo tedesco a cura di Piet Tommissen Schmittiana, n. 1, Brussel 1988, pp. 55-69; Schmittiana II, 1990, pp. 73-111. Le traduzioni italiane delle prime quattro parti sono apparse a cura di Antonio Caracciolo in Behemoth, nn. 4, 5, 6, 15. In De Cive è tradotta per la prima volta la parte 5ª ed ultima. Le traduzioni precedenti sono state parzialmente riviste. Per le poche annotazioni ci si avvale delle delucidazioni e dei contributi di Piet Tommissen e Günter Maschke. Per una ulteriore revisione della traduzione ed un ampliamento delle annotazioni nonché una integrazione di testi si rinvia ad un volume organico che si ha in mente.

(1) Notstandsverfassung è la denominazione complessiva con cui si indicano le modifiche ed integrazioni apportate alla Legge Fondamentale con la legge del 24.6.1968 (BGB1. I 709) ed ora compresi nella Sez. Xa (Verteidigungsfall, artt. da 115a a 1151. Si tratta di un complesso alquanto ibrido di normative disparate (N.d.T.).

(2) La moglie di Schmitt, Duschka Todorovic era nata nel 1903, morì nel 1950. Diede a Schmitt la figlia Anima, pure premorta al padre.

(3) Cfr. Ernst NOLTE, Der Faschismus in seiner Epoche, München, Pieper, 1965, p. 415-416: “…Da ciò già risulta, che non esisteva un ‘pericolo comunista’ ”.

(4) Si tratta dei duri scontri che ebbero luogo in Altona fra militanti del cosiddetto Fronte antifascista e nazionalsocialisti senza che tuttavia tali scontri assumessero il carattere vero e proprio di una guerra civile.

(5) Hans Ludin, imputato con Richard Scheringer (1904-1986) all’Ulmer Reichswehr-Prozeß, rimase nazista, mentre Scheringer diventò comunista, perché secondo lui Hitler non era radicale abbastanza. Non erano affatto difficili i passaggi da un campo all’altro. In questo processo Hitler prestò il suo famoso giuramento sulla legalità. Esiste un libro di memorie da parte di R. SCHERINGER, Das grosse Los unter Soldaten, Bauern und Rebellen, Hamburg, Rowohlt, 1959, spec. pp. 215-223.

(6) “Nell’anno trentatrè, quando la lotta era finita, quando venivano tutti a poco a poco, non era più pericoloso, i caduti di marzo…”.

(7) E. NOLTE, op. cit., 419.

(8) Personaggio in Austria proverbiale per la sua grande ingenuità.

(9) ) “Goldfasan” era diventata durante il nazismo una parola ingiuriosa per indicare il tipo del funzionario di partito corrotto ed affarista.

(10) I fratelli Paul (1894-1961) e Alfons (1899-1973) Adams studiarono a Bonn e risale a questo periodo la loro conoscenza con Carl Schmitt. Alfons si interessò di de Bonald. A Berlino esercitò un’attività professionale in una società di costruzioni edilizie. Poi andò a Madrid (1928-38) ed al suo ritorno a Berlino ebbe difficoltà politiche. Paul era redattore del supplemento culturale (‘Zu neuen Ufern’) della Germania, un quotidiano del Centro.

(11) Franz A Kramer (1900-1950), figlio di un veterinario, fu inviato di diversi giornali tedeschi, dapprima a Parigi, poi a Londra. Nel dopoguerra fondò il Rheinischen Merkur.

(12) Si tratta del Rechtstaatlicher Verfassungsvollzug (1952), compreso nella raccolta Carl SCHMITT, Verfassungsrechtliche Aufsätze aus den Jahren 1924-1954. – Materialen zu einer Verfassungslehre, Berlin, Duncker & Humblot, 1973 (II ed.), pp. 452-488.

(13) Si tratta della Preussische Gemeindeverfassungsgesetz del 15 dicembre 1933, pubblicata nella Preussischen Gesetzssammlung, 18 dicembre 1933, Nr. 78, p. 427-441.

(14) Hans Carl Nipperdey (1895-1968), allora decano della Facoltà giuridica di Colonia e dopo la seconda guerra mondiale presidente del tribunale federale del lavoro, si impegnò nel 1932 per la chiamata di Schmitt a Colonia.

(15) Il riferimento è al saggio di Günter MASCHKE, scritto per il convegno schmittiano di Speyern cui partecipò lo stesso Krauss, con il titolo Die Zweideutigkeit der ‘Entscheidung’. Thomas Hobbes und Juan Donoso Cortés im Werk Carl Schmitts, edito nell’originale tedesco nel volume degli Atti a cura di Helmut Quaritsch: Complexio Oppositorum. Über Carl Schmitt, Berlin, Duncker & Humblot, 1988, pp. 193-221, e in traduzione italiana: L’ambiguità della decisione. Thomas Hobbes e Juan Donoso Cortés nell’opera di Carl Schmitt, in Behemoth, n. 4, gennaio-giugno 1988, pp. 3-6 (prima parte) e n. 6, luglio-dicembre 1989, pp. 19-32 (seconda e ultima parte).

(16) Hans Mayer è un letterato tedesco particolarmente polemico ed ostile verso Carl Schmitt. Su di lui si vedano le “Notizie” in Behemoth, n. 9, pp. 8-10 (“L’onore di Hans Mayer e la colpa dei tedeschi”) e n. 13, pp. 4-5 (Ernst Nolte e Hans Mayer: tesi a confronto”). Della vasta produzione di Mayer attrasse l’attenzione di Krauss l’articolo Aus den Erinnerungen eines entlaufenen Kölner Juristen, apparso in Anwaltsblatt (Köln), Jahrg. 1988, Nr. l, p. 3-5, cui seguì sulla stessa rivista Anwaltsblatt, 1988, Nr. 8-9, p. 449 una “risposta” di Günther Krauss. Riportiamo qui la nota 45 di Piet Tommissen, in Schmittiana, II, cit., p. 107: “...Colgo l’occasione per esprimere il mio stupore sulla grave leggerezza, con cui Hans Mayer, viandante fra due mondi, diffonde inesattezze su C.S. Solo due esempi: “(a) art. cit., p. 5: ... rivolto contro Friedrich Schlegel e soprattutto contro Adam Müller che egli come è stato dimostrato non aveva veramente letto” (io possiedo estratti manoscritti di Schmitt dai libri di questo Adam Müller); (b) una conversazione con tre italiani. ‘Una manciata di ricordi’, Linea d’Ombra, maggio 1986, p. 11-19, qui p. 12: “Quando era professore a Bonn, molto giovane, brillantissimo, estremamente cinico, si voleva anche molto aristocratico e per questo cadde in una disavventura. Sposò una contessa ungherese, una contessa Dorotics. Per un certo tempo firmò così i suoi libri: Schmitt-Dorotics, ma per sua disgrazia la moglie non era né contessa né ungherese, era solo divorziata da un conte ungherese, e Schmitt dovette firmare di nuovo col solo suo nome. Non voleva restare a Bonn, aspirava all’università di Berlino”. (non c’è niente di esatto in questa sezione!). Per completezza io comunico ancora di aver pregato per iscritto il professor Mayer in data 22 dicembre 1986 di documentare le sue dichiarazioni: una riposta non è però mai giunta”.

(17) Nel testo si trova il termine yiddish: Chalturen, già usato in precedenza.

(18) Cfr. Günter MASCHKE, Der Tod des Carl Schmitt. Apologie und Polemik, Wien, Karolinger Verlag, 1987, pp. 164. Il libro si compone di due parti. Nella prima l’autore passa in rassegna tutti i necrologi e gli articoli apparsi in Europa in occasione della morte di Carl Schmitt. Nella seconda parte si trova il testo onginale tedesco dell’articolo apparso sui fascicoli n. 2 (aprile-giugno 1987, pp. 15-26) e 3 (luglio-dicembre 1987) di “Behemoth”: San Jürgen ed il drago trionfante. A proposito di un recente attacco di Habermas a Carl Schmitt.